non è mica così complicato

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L’avevamo ampiamente annunciato, ma adesso No Rocket Science è realtà: esiste, e sta bene, e ha iniziato ufficialmente il suo cammino. Claudio Serena e io lo guideremo lungo la strada, ma come per tutte queste cose, l’esito finale è un miscuglio strano tra il nostro impegno e la risposta del pubblico.

A che cosa miri No Rocket Science lo abbiamo spiegato nell’editoriale di lancio pubblicato la notte scorsa, ma lo ricapitolo qui: è una rivista che si occuperà di tecnologia e di cultura. Tutto ciò che di culturale viene creato con la tecnologia, e tutto ciò che la tecnologia cambia a livello culturale: queste sono le esatte parole che ho usato spiegando il progetto a Claudio.

Da anni ormai non seguo più attivamente la scena letteraria, né nazionale né internazionale. Non sono mai stato tanto pratico delle mode letterarie, con gli anni ho perso qualsiasi contatto con quel mondo. Riconosco ancora un buon racconto, quando lo vedo, e di solito non mi sbaglio - però negli anni il mio interesse s’è spostato alla tecnologia, in generale, e a quegli usi della tecnologia che favoriscono sviluppi culturali inattesi, o stravolgono gli equilibri. Ho cercato di inserire questo punto di vista all’interno di inutile, per qualche anno ormai: ma non ha funzionato. L’unica cosa da fare era staccare questo filone e renderlo autonomo: ed è quello cui abbiamo lavorato durante buona parte del 2015. Lo abbiamo chiamato No Rocket Science perché, be’, non è davvero difficile come argomento, se si abbandonano certi preconcetti.

A fare questa nuova rivista con me c’è Claudio Serena. L’ho incontrato la prima volta nel 2012 quando Giulio D’Antona e io siamo andati ospiti a Feeder, il programma che Claudio conduceva con Jacopo Colò (dalle ceneri di Feeder sarebbe nato poi Fumble, il primo podcast di giochi di ruolo in diretta in italiano). Da allora Claudio è diventato una delle persone di cui mi fido di più nella mia vita, quello giusto col quale condividere un’avventura matta come quella di una rivista. Condividiamo molte cose, tante altre sono le differenze tra noi: e questo dovrebbe garantire un generale equilibrio editoriale, e allo stesso tempo uno sguardo molto ampio. In più, Claudio è uno che non solo intuisce le cose tecniche, come me, ma le capisce davvero, e le fa: è lui che ha sistemato il sito di inutile, lui che cura quello di Querty. Non potevo cadere in mani migliori. (E con Claudio abbiamo pensato che la sua rubrica Continue, la mia vita con i videogame fosse più adatta qui che non su inutile.)

Tra inutile e No Rocket Science non ci sarà concorrenza: siamo figli della stessa idea di fare cultura nel miglior modo possibile, parlando in maniera semplice e chiara a tutti. Personalmente penso che con la nuova linea editoriale di inutile abbia pubblicato racconti incredibilmente belli, e che Nicolò e Marianna stiano facendo un lavoro eccezionale di ricerca. Un lavoro che io sicuramente non sarei stato in grado di portare avanti.

Il futuro di No Rocket Science è tutto da verificare. Abbiamo delle idee e dei progetti, e presto inizieremo a realizzarli: allo stato attuale, la rivista è qualcosa che si è già visto, per quanto con un’attenzione a un argomento particolare (i capostipiti più noti sono Kottke.org e Daring Fireball, sicuramente), ma l’idea di cosa deve diventare da grande c’è già. Se vuoi darci una mano, fatti avanti: batti un colpo su Twitter se hai un articolo interessante che pensi meriti la condivisione, oppure vuoi scrivere per noi. Non possiamo pagarti (be’, non paghiamo neanche noi, se può consolarti), ma se vuoi farlo ugualmente ti vorremo molto bene. E se non sei pratico con la scrittura in inglese, una soluzione la troviamo. (Ma non ti preoccupare, neanche noi!)

L'unica maniera per finire questo post è il finale dell'editoriale, che è esattamente il motivo per cui abbiamo deciso di fare questa rivista:

it is not so complicated to understand that everything’s software, nowadays. And everything is connected, and we are connected with everything else. It’s scary, and the thought could crush us: but it can also be unbelievably empowering. And we want to be empowered.

(La foto l'ho presa da qui.)