sostanza delle cose

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C'è una versione di Luci a San Siro che gira, fatta da Guccini trent'anni fa al Premio Tenco (o giù di lì, come data). Prima di cantarla dice una cosa come:

Non si dice mai che una canzone di un collega è bella o brutta, al massimo si dice «Ah come vorrei averla scritta io». Questa canzone mi fa dire «Maledizione, come vorrei averla scritta io».

Tutte le cose che scrive Marianna mi fanno sempre pensare «Maledizione, come vorrei averla scritta io». Qualsiasi cosa sia. Mi ritengo una persona molto fortunata per avere Marianna come amica, e ancora più fortunato perché condivido con lei l'avventura di inutile. (Non solo con lei: e credo sia d'accordo con me nel dire che noi siamo molto fortunati ad avere le altre ragazze che formano la redazione.)

E quando ho letto questo post mi è venuto in mente che, per cominciare, sono molto fortunato ad averla come amica e tutte le cose che ho detto prima. E poi che se mi chiedessero mai, un giorno, qual è la filosofia di inutile, io punterei a questo post e direi: «Leggi qui, ché Marianna l'ha detto meglio di chiunque altro nei dieci anni in cui facciamo questa rivista».

Non ci piace gridare, non ci piace metterci in mostra, non ci piace fare i capricci. Pensiamo di essere bravi a fare quello che facciamo, e che ci sia gente ancora più brava di noi, che merita di essere presa a modello ed essere letta. E anche se ci mettiamo il quadruplo, il quintuplo del tempo rispetto a quelli che sbraitano, per arrivare agli stessi risultati: chi se ne ciava, noi cerchiamo di fare il giusto, perché è il nostro dovere. È che siamo pieni di gratitudine per un sacco di cose, un mucchio di persone: non abbiamo proprio tempo per l'invidia.

(Grazie, Marianna, di cuore.)