trilogia della città di K.
28/01/09 19:41 Archiviato in: recensione
Come ho detto
in questo numero di inutile, non ho più molto
tempo per leggere libri, così me li trascino per
un po’. (Un mese per un libro solo: eresia!) Ieri
sera ho finito la Trilogia della città di
K., ed è uno di quei
“adesso ho finito il libro” che ti rimangono
dentro parecchio, e in modo strano. Il romanzo
parte bene, alienandoti assieme ai due bambini
protagonisti, gemelli, portati in salvo dalla
madre in una città di frontiera, la città di K., e
lasciati lì con la nonna. Poi, in quasi
quattrocento pagine, passano cinquant’anni, dalla
realtà passiamo al racconto e dal racconto alla
realtà e ti chiedi se quella che stai leggendo è
davvero la realtà, o siamo in un libro davvero?
La trilogia è composta da tre libri: Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna.
La seconda guerra mondiale, le mancanze e gli orrori della morte e della fame, della follia, della solitudine: scrittura asciutta, maniacalmente precisa; ambienti morbosi e sporchi; personaggi al limite dell’umanità, o troppo pieni di umanità: il primo libro è un’allucinazione civile non da poco, una delle cose migliori che abbia letto in questi ultimi anni: per contenuti e stile. Il secondo libro ha quasi un impianto classico, se si escludono i rimandi al primo. Poi il terzo è una bomba, ed è bene così: spiazza, stravolge, lascia senza fiato mentre i tentativi di capire precipitano assieme agli eventi, e tutto diventa un unico grande quadro, bellissimo, gelido, agghiacciante, sulla vita e sulla morte.
La trilogia è composta da tre libri: Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna.
La seconda guerra mondiale, le mancanze e gli orrori della morte e della fame, della follia, della solitudine: scrittura asciutta, maniacalmente precisa; ambienti morbosi e sporchi; personaggi al limite dell’umanità, o troppo pieni di umanità: il primo libro è un’allucinazione civile non da poco, una delle cose migliori che abbia letto in questi ultimi anni: per contenuti e stile. Il secondo libro ha quasi un impianto classico, se si escludono i rimandi al primo. Poi il terzo è una bomba, ed è bene così: spiazza, stravolge, lascia senza fiato mentre i tentativi di capire precipitano assieme agli eventi, e tutto diventa un unico grande quadro, bellissimo, gelido, agghiacciante, sulla vita e sulla morte.