trilogia della città di K.

Come ho detto in questo numero di inutile, non ho più molto tempo per leggere libri, così me li trascino per un po’. (Un mese per un libro solo: eresia!) Ieri sera ho finito la Trilogia della città di K., ed è uno di quei “adesso ho finito il libro” che ti rimangono dentro parecchio, e in modo strano. Il romanzo parte bene, alienandoti assieme ai due bambini protagonisti, gemelli, portati in salvo dalla madre in una città di frontiera, la città di K., e lasciati lì con la nonna. Poi, in quasi quattrocento pagine, passano cinquant’anni, dalla realtà passiamo al racconto e dal racconto alla realtà e ti chiedi se quella che stai leggendo è davvero la realtà, o siamo in un libro davvero?

La trilogia è composta da tre libri:
Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna.

La seconda guerra mondiale, le mancanze e gli orrori della morte e della fame, della follia, della solitudine: scrittura asciutta, maniacalmente precisa; ambienti morbosi e sporchi; personaggi al limite dell’umanità, o troppo pieni di umanità: il primo libro è un’allucinazione civile non da poco, una delle cose migliori che abbia letto in questi ultimi anni: per contenuti e stile. Il secondo libro ha quasi un impianto classico, se si escludono i rimandi al primo. Poi il terzo è una bomba, ed è bene così: spiazza, stravolge, lascia senza fiato mentre i tentativi di capire precipitano assieme agli eventi, e tutto diventa un unico grande quadro, bellissimo, gelido, agghiacciante, sulla vita e sulla morte.