c'è musica, c'è musica

Io ho tre ricordi precisi di Mario Nordio.

Il primo risale all’estate del 2004, quando ho iniziato il servizio civile come aiuto-aiuto-aiuto-servo bibliotecario al Dipartimento di Studi eurasiatici di Ca’ Foscari, a Venezia. Me lo ricordo come un bell’anno, con belle persone, e un bel lavoro. Dopo poche settimane, dando un’occhiata all’elenco dei libri in prestito, e constatando che ce n’erano un sacco in possesso dei docenti del Dipartimento, mando un’email molto piccante, molto scopa-in-culo, a ciascun docente, con tanto di lista dei libri da restituire. Alcuni lo fecero, divertiti (
Vercellin, per esempio). Verso settembre sono in ingresso a comprare una bottiglietta d’acqua e chiacchierare con Bruno, il portinaio, quando entra un signore più basso di me, con folti baffi grigi e un sorriso beffardo addosso. Vedo che lui e Bruno si salutano. Allora mi presento: sai mai ch’è uno dei tanti professori che non ho ancora incontrato. «Ah, ho capito chi sei» mi fa lui ridendo. «Ho capito chi sei.» Poi basta, sale le scale e se ne va al suo ufficio, lasciandomi là.

In biblioteca avevamo l’abitudine di metter su un po’ di musica, dopo l’orario di chiusura, mentre sistemavamo i libri, i fogli dei prestiti, o mettevamo in ordine. In una di queste occasioni il professor Nordio entra, parla un po’ con la capa bibliotecaria, e poi attraversa la piccola aula della biblioteca per tornarsene all’ufficio. Si ferma, si gira verso di me e dice: «Cos’è che ascolti?» In quel momento stavo ascoltando
questa canzone dei Savatage (una delle mie preferite). Gliene feci ascoltare un paio. Ricordo che sugli arpeggi iniziali di There In The Silence iniziò a muovere la mano in aria, come suonasse il pianoforte, e disse: «C’è musica, c’è musica, sì, bello. Chi sono?» Per un po’ ebbi l’illusione di aver creato un metallaro fra i professori di Ca’ Foscari.

Il terzo risale a un giorno che poteva essere febbraio del 2005, o qualcosa del genere: avevo invitato a pranzo il già fidato Ale e il caro
Stefano Breda, e prima che io riprendessi il lavoro stavamo parlando dell’ultimo disco di Guccini, Ritratti, e della Canzone per il Che. Grossomodo tutti dicevamo che poteva anche risparmiarsela, visto che l’originale è di Flaco ed è pure bella. E dal nulla arriva Nordio (che stava fumando a un metro da noi) e fa: «Ma non sarebbe stato meglio se avesse chiuso con un bel terzinato sulla batteria? Ta-ta-ta!» E rientra in dipartimento.

Ecco, tutto qua, i miei ricordi precisi, quelli che mi va di scrivere stasera. Ce ne sarebbero altri, uno in accoppiata con Vercellin, ma me li tengo. Ecco, tutto questo per dire che pochi giorni fa è morto Mario Nordio, professore a Ca’ Cappello. Era una brava persona.