I'm a Nobel Prize candidate

Come si legge sul Twitter di Riccardo Luna, Internet è uno dei candidati per il premio nobel per la pace 2010.
brave new world
Amarcord
Sono cresciuto guardando «Star Trek». In particolare, la seconda incarnazione: «Star Trek: The Next Generation». C’era un accrocchio chiamato PADD, o Personal Access Display Device. Era una tavoletta sempre connessa al computer principale, e che permetteva di leggere informazioni e dati provenienti da lì. E mi ricordo che mi piacevano un mondo. In realtà, ero e sono tuttora affascinato dall’idea di Star Trek di una tecnologia amichevole, e “facile” da usare. (Non credo che fosse “facile” far funzionare un motore a curvatura, però dai, hai capito.)
Su quella stessa scia
Nel 2007 è stato introdotto iPhone, con la solita fanfara e magniloquenza di Apple: «Apple reinvents the phone», dicevano gli strilli. Be’, come telefono in senso stretto non è chissà cosa, ma come apparecchio da portare sempre con sé è certamente una grandissima innovazione. Come lo è il suo schermo multi-touch. Come lo è il fatto che l’unica cosa che conta, in quell’accrocchio lì, è il software: attraverso continui aggiornamenti, il software si è evoluto nel corso dei tre anni che son passati da allora. Non importa che abbia una fotocamera dalle ridotte capacità, o “solo” 32GB di memoria flash. Importa il fatto che, come il computer, può imparare a fare cose nuove ogni giorno. Ci sono 140mila applicazioni per iPhone, probabilmente qualcuna di più: ce n’è una per quasi qualsiasi cosa ti possa venire in mente. È il PADD come me l’aveva mostrato il Capitano Picard? Non proprio, ma ci va molto vicino. E comunque, il multi-touch non solo è figo: funziona bene.
And then comes the iPad
E poi mercoledì 27 gennaio 2010 Apple, nella persona di Steve Jobs, presenta l’iPad. E ‘sto giro la magniloquenza è ai massimi livelli: «La nostra tecnologia più evoluta in un dispositivo magico e rivoluzionario, a un prezzo incredibile». Be’, il prezzo è proprio incredibile, soprattutto pensando che viene da Apple: 499$ la versione base è cosa notevole. In Italia finirà per costare il doppio del cambio, ma ci siamo abituati, anche se non sappiamo bene perché.
Il prodotto? È figo, strafighissimo, e come dice giustamente Arturo in un commento a un mio post precedente sembra davvero un PADD della Flotta Stellare. Ha uno schermo da 9,7”, oleorepellente (non vedrai le tue ditate, ma se vuoi un consiglio: lavati le mani), LED, naviga grazie al wifi o a microschede 3G, regge fino a 64GB e il resto delle specifiche te le leggi qui. A una prima occhiata è un iPod Touch gigantesco. A una seconda occhiata, pure. Cheppalle, però: iPod Touch esiste dal 2007, sai che scoop.
Mi manca qualcosa
E quel qualcosa è il senso: che cazzo me ne faccio di un iPod gigantesco? Se proprio devo andare in autobus e ascoltare la musica, è meglio il cugino piccolo. Se proprio devo scaricare la posta mentre sono in spiaggia e mio figlio mi prega per giocare un po’ con lui, meglio l’iPhone, ch’è più piccino. E ti do pure ragione. In più Luca Sofri dice, giustamente, che un altro apparecchio che faccia le cose che fanno già gli altri apparecchi non fa al caso nostro.
A parte gli esempi forniti da Apple stessa durante la presentazione e nel video promozionale, e a parte la suite iWork ridisegnata per iPad (e che lavoro magnifico è stato fatto, tra l’altro!), e a parte le 140mila applicazione per iPhone che ci possono girare subito, fin dal primo giorno - tranne quelle che utilizzano le funzionalità telefoniche dell’iPhone, ovviamente - a parte tutte queste cose, l’iPad non ha uno scopo ben definito. E questo è il suo senso: è un apparecchio multifunzione, proprio come lo è il computer, che ad ogni nuova applicazione che installi, impara qualcosa di nuovo.
Eppure credo che anziché andarmene a letto col portatile, come faccio spesso, per rispondere e scrivere le ultime mail, oppure sistemare inutile prima delle pubblicazioni del martedì o del venerdì, o aggiustare il prossimo numero, l’iPad possa essere un degnissimo sostituito. Per farmi i cazzi miei su internet e rispondere sporadicamente alle email uso l’iPhone: ma farlo con l’iPad sarà più comodo (non ho nulla da eccepire alla tastiera software dell’iPhone, la uso benissimo e sono più che soddisfatto, ma è un po’ - come dire - piccolina). Guardare un film con la Dolcissima sarà immensamente più comodo con una tavoletta da poco più di mezzo chilo, presuppongo (forse però gli altoparlanti non reggeranno il confronto con quelli del MacBook Pro... sì, questo potrebbe essere una rottura). Eppure sono tutte cose che faccio già... le farò meglio? Ancora non lo so: ma qualcosa mi dice di sì.
Ma il punto, di nuovo, non è questo: non è (solo) quello che ci puoi fare, ma come lo puoi fare. E come te lo fanno fare.
Ma tutto questo è davvero rivoluzionario?
No. Sì. In parte. Cioè. Argh! È un concetto difficile da spiegare, eppure qualcuno c’è riuscito molto meglio di me (e se vuoi puoi andare alla bibliografia alla fine di questo pezzo per leggerti i loro articoli: sono tutti molto, molto, molto più interessanti del mio). Il concetto è citato per sbaglio da Steve Jobs durante la presentazione, al minuto 14:34, quando naviga sul sito di Fandango. Grossomodo dice:
«Grab the tablet that’s in the kitchen, go to Fandango on your iPad and buy your tickets. It’s that simple»
Kitchen, dice. Cucina. Questo non è un computer. Questo non è un palmare, uno smartphone. È un elettrodomestico. Già un amico, anni fa, mi aveva “accusato” di usare un elettrodomestico, non un computer, quando gli avevo detto che usavo un Mac. Qui siamo a un livello superiore.
Questo è un oggetto perennemente connesso alla rete (in wifi, o in 3G se sei fuori casa o fuori dall’ufficio), su cui puoi consultare i tuoi dati, i tuoi documenti, sul quale puoi fruire di contenuti audio e video, dal quale puoi comprare contenuti audio e video (per il video: non Italia. Che ti credevi?), e per il quale puoi trovare 140mila applicazioni, da stronzate come Facebook e Wolfenstein 3D (capolavoro), ad applicazioni mediche e via dicendo. Puoi anche modificare i tuoi documenti (nel video della presentazione Phil Schiller usa iWork, per dire). Ti serve comunque un computer per sincronizzarlo e farne il backup (e un account iTunes, tra l’altro). Ti serve comunque un computer per fare i lavori pesanti: montaggio audio o video, impaginazione vera, [aggiungi quello che ti sembra opportuno]. Non è un computer come lo intendiamo oggi: è un elettrodomestico.
Gli elettrodomestici dovrebbero capirsi al volo
L’iPad porta il livello di astrazione dell’iPhone a vette ancora ignote, che chissà dove ci condurranno. Non esiste un file system visibile: l’organizzazione gerarchica dei documenti è a noi sconosciuta. È lo stesso principio di iTunes: tu buttami dentro la musica, e (se ha i giusti metadati) te la faccio vedere io. Questa cosa ha mandato fuori di testa alcuni amici: ma come, non sono io che decido come si chiama la cartella dove sta tutto «Highway Companion», che ho scaricato illegalmente e non ha un metadato neanche a cercarlo per un anno? E che senso ha?
Il senso, alla buona, è che tu puoi goderti la tua musica, il lavoro lo fa qualcun altro. È l’idea di Jobs di un computer come attrezzo per la produzione di contenuti propri, già pronto da usare appena fuori dalla scatola. Su Mac, questa cosa avviene in applicazioni come iTunes e iPhoto. Su iPad, avverrà su tutto: e questo è con buona probabilità il futuro dell’informatica per le masse.
È il futuro perché non serve un manuale per capire come funziona un iPhone. Una volta che hai bestemmiato in cinque lingue per capire a che cosa serve l’unico bottone fisico che ha (ed è una cosa che capisci in due secondi, e un paio di tentativi), non serve altro. È tutto lì, in bella vista. Su iPad, lo stesso: con la differenza che 40 milioni di persone hanno già comprato iPhone, e hanno già familiarità con la filosofia. Loro, e tutti i loro amici/conoscenti/ parenti/colleghi/sconosciuti incontrati in treno, che gliel’hanno visto usare.
E come elettrodomestico, il senso che gli verrà attribuito sarà profondamente diverso da quello che associamo normalmente a un computer. Michael Sippey sostiene (la traduzione è mia):
l’iPad è il computer per la famiglia [...] sembra un apparecchio perfetto per passare dal soggiorno alla cucina alla camera dei bambini alla camera da letto. Ci potremo navigare il web, leggere le notizie, i ragazzi scriveranno delle email (...), lo useremo per controllare la musica di casa (...) Sono sicuro che prima o poi uscirà un “gioco da tavolo” da giocare tutti assieme, o sarà possibile guardarci la tv. E i bambini litigheranno fra loro per chi lo userà (e sarà papà a farlo). In realtà, è come viene usato il mio iPhone già oggi, quando sono a casa. Perciò, un iPhone di famiglia con uno schermo più grande? Ne voglio uno.
E a me che me ne frega?
Niente. Nessuno ti obbliga a comprare un iPad, o ad accettare senza critiche il sistema dell’App Store (Apple deve approvare quello che puoi installare sul tuo apprecchio, a farla breve). Ma per quelli come me che sono cresciuti con una certa idea di tecnologia in mente, l’iPad è la realizzazione di un sogno: tecnologia “amichevole”.
Per quelli che si sforzano di capire e usare un computer, ma ancora non ce la fanno, l’iPad potrebbe essere la carta vincente: non esistendo più un mondo di directory, sottocartelle, file, doppioclic e sposta quel cursore un po’ più a destra... no, un po’ più in basso... dai cazzo, come fai a non prendere quel bottone!, ed essendo esposto tutto allo sguardo, un po’ di bestemmie spariranno. Conto di comprarlo a mia madre, per esempio: non ha mai usato veramente il Mac Mini che le ho regalato un anno fa, perché per lei è “troppo”. E allora un iPad, su cui controllare le email che le spedisce l’insegnante di disegno, navigare un po’ il web, ascoltare magari un po’ di musica o vedere le immagini che deve ricopiare su uno schermo così grande e definito... una cosa del genere potrebbe cambiarle la vita, avvicinandola al computer “vero”. O magari tra tre anni esce un iPad Ultra, su cui scrivere come se fosse una postazione desktop è come bere un bicchier d’acqua, e allora vedi.
Sia chiara una cosa, però: adesso scrivo “iPad”, ma intendo: “apparecchio con le stesse funzionalità e potenzialità di iPad, ma non necessariamente iPad”. Spero che tra cinque anni non ci sia solo Apple a proporre una soluzione simile, ma che sia una filosofia penetrata nel mercato e nei produttori ma - soprattutto - nella gente comune.
Va ben, ma gli ebook?
[Qui ti avverto subito, queste sono mie considerazioni, mie mie proprio mie, e non so se qualcuno le ha già dette meglio di me, ma so già che qualcuno le prenderà male. No, Enrico, non stavo pensando specificatamente a te.
Credo che quello che deve arrivare, per ottenere una svolta significativa, è un prodotto che unisca le multimedialità concessa dal computer: sennò sarà sempre leggere qualcosa pensato per un altro medium. Il libro di carta è tale perché è stato per anni la punta massima tecnologicamente ottenibile per diffondere idee e storie, e farle durare nel tempo. Se quattromila anni fa fosse esistito il cinema, nel senso di: supporto su cui riversare immagini in movimento e suono, stai tranquillo che i Lumière avrebbero avuto una toga e «Quarto potere» sarebbe arrivato molto, molto prima. Questo è il mio problema con gli ebook oggi: mi danno quello che esiste già, con la filosofia di quel che c’è già, su supporti che non esistevano quando quell’idea è nata e si è sviluppata. Che per carità, ad alcuni può anche andar bene, ed è sicuramente più comodo portarsi dietro centinaia di libri in un pezzettino di plastica o di alluminio, piuttosto che qualche valigia (lo faccio già io, adesso, con Stanza).
Sennò, l’altra idea che ho: ma se tutto dev’essere connesso, se tutto dev’essere sulle cloud, allora perché non rendere i libri delle pagine web? Grazie ai CSS ci può essere un’impaginazione avanzata capace di dare del filo da torcere ai libri stampati; grazie al sistema dei link puoi avere contenuti aggiuntivi (come sui dvd) a portata di clic; grazie agli standard web, puoi avere video e audio (l’ultima presentazione di questo libro? ciapa qua, clicca). Potrebbe essere sensato perderci più di un secondo, dietro quest’idea. O forse no: ma son le quattro del mattino, concedimela.
E quindi?
E quindi adesso aspettiamo. Il primo iPad sarà in vendita tra un paio di mesi. Aspettiamo il costo, aspettiamo la reazione del pubblico, aspettiamo un iPad seconda generazione, e vediamo cosa fa il mercato. Probabilmente, le altre aziende si focalizzeranno sull’oggetto in sé, come è successo con iPod prima e iPhone poi. Ma io spero che la lezione sia servita, e che adesso ci si preoccupi di più del software, e delle potenzialità di un mondo ancora da scoprire.
Sono d’accordo con Steven Frank: questo è davvero un nuovo mondo. Anche se “Canvas” mi sarebbe piaciuto molto di più, come nome.
Bibliografia
John Gruber: «Various iPad Thoughts»
John Gruber: «The iPad Big Picture»
John Gruber: «Canvas»
Riccardo Mori: «Prime considerazioni sull’iPad»
Steven Frank: «I Need To Talk About Computers» (qui l’ottimo Riccardo Mori l’ha tradotto)
Michael Sippey: «The iPad Is The Family Computer»
Joe Hewitt: «iPad»
Derek Powazek: «What Apple Unleashed Today»
una parola che non si usa quasi mai
casa delle meraviglie

Di solito parlo poco (o proprio non parlo) dei progetti umanitari, perché ce ne sono davvero tanti e mi sembra sempre di fare un torto a qualcuno. Però in questo caso conosco il responsabile, e mi fido di lui, e quindi ci metto la mano sul fuoco che verrà fuori una cosa bella. (Poi INUTILE » associazione culturale contribuirà un pochino con alcuni dei libri che abbiam raccolto grazie a libri in_utili.)
Quindi: se hai voglia di aiutarli, un pochino, da qui puoi far partire una piccola donazione, oppure puoi scrivergli, e offrire quello che puoi (chennesò, giochi, libri, aggeggi, bottiglie di vetro Pininfarina... no, quelle dalle a me che mi piacciono!). Bisogna essere dei buoni, perché di stronzi è già pieno il mondo. (Purtroppo questa non è mia, ma di Garth Ennis.)
condor, due
un pensiero
grazie
A Massimiliano Santarossa, che c’ha creduto.
Alla Dolcissima, che mi accompagna sempre.
Al letto che mi ha accolto ieri notte, perché ne avevo bisogno (e in realtà ne avrei ancora, ma vabbè...).
Grazie.
MS
birretta
mi si nota di più se non ci sono?
ma a che serve esporlo nelle aule delle scuole, quando poi uscite da quelle scuole e cosa ne avete imparato? Le crociate, non le ha inventate lui. Lui avrebbe obbedito alla direttiva europea.
Ecco, io credo che se c’è ancora gente che (giustamente) dice: Lui avrebbe obbedito alla direttiva europea, ecco, c’è ancora speranza per il mondo.
il bello di internet
Ieri sera siamo andati da mia madre, abbiamo ordinato le pizze, ci siamo seduti in cucina e a capotavola abbiamo messo un pc al quale era collegato, via webcam, mio fratello che vive in Brasile.
Abbiamo cenato tutti insieme, per la prima volta dopo un anno.
al telefono
l'unica cosa sensata
Some people react to being brutalized by calling at their workplace or school with an AK-47, selecting “automatic” and opening fire.
Instead, I’d opened a restaurant. I proposed to make people feel happier. This was my way of showing the Creator of the Universe there were better, kinder ways of treating people than what He or She had done to the woman I loved.
nobel
moresco e vasta
PS per quell’antipatico signore di mezza età, piuttosto noto, presente a ULTRA, che ha detto che quelli del Collettivo avrebbero potuto rivendersi l’intervista a Moresco. Io ho capito che cosa intende quando dice “rivendersi”, e cioè non in senso economico, e sì, ho qualche problema con i riflessivi e gli ausiliari: ma il suo discorso mi sembra, anche al netto del lato economico qui sopra esplicitato, piuttosto gretto, infantile, stupido. Amen.
i figli delusi
(Te l’ho mai detto che Il primo amore è la migliore rivista che abbiamo in Italia?)
giornali vs. blog, di nuovo
Luca Sofri da tempo si preoccupa di riportare le notizie “false” che vengono pubblicate sui giornali e mai smentite (mentre basterebbe fare una breve ricerca su Google per sapere le novità e le eventuali smentite). Come lui tanti: un paio ne conosco ma non me li ricordo qui, chiedo scusa. Poco fa ha pubblicato questo post in cui mi ritrovo in pieno.
E qui forse sta l’unica differenza: che in rete le cose buone dei giornali le si leggono, usano e promuovono.
addio ai giornali
a volte funziona tutto
E alla fine è venuto fuori il #25 di inutile. Come dice Ale nell’editoriale, momenti come questo danno un senso a tutto quello che c’è stato prima.
Lo puoi scaricare da questa pagina. Questo il nostro post con la versione originale del racconto, e la playlist di Enzo & la Fagotta di Polaroid: un blog alla radio. Qui invece la rivista americana sulla quale è stato pubblicato il racconto. Che è un racconto meraviglioso, by the way. E Daniel Wallace è affabile, spiritoso, bravissimo, e non se la tira. Tutto il contrario dei nostri grandi scrittori, insomma.
inguaribile romantico
occhiali rotti
Samuele Bersani gli ha dedicato la bellissima Occhiali rotti.
cricket
I giocatori italiani sono una minoranza.
(Via Nazione Indiana, qui l’articolo del Corriere.it.)
LDM
In fin dei conti, è una boiata pazzesca, ma è divertente: e la letteratura (e la cultura in generale) deve anche essere divertente, sennò la gente se ne va a vedere Amici la sera, piuttosto che ascoltare dei racconti letti da gente boriosa e pallosissima.
damocle, a chioggia
Ho per le mani il primo parto della Damocle, Libellule rosa di Federica Merlini, ed è un volumetto curato, piacevole. E bianco, che a me i libri bianchi piaccono da morire (è la cosiddetta sindrome da Giovane Holden, credo). Sulla qualità non discuto, perché mi fido di Pierpaolo; vediamo quando l’ho letto quanto mi fiderò ancora!
E se pensi che ci sono troppe case editrici sulla faccia della Terra (e in particolare, in Italia), ti rispondo che hai ragione. Ma ne conosco un paio, di piccine, e posso garantire sulla qualità della loro offerta: per dire, i Sognatori non ne sbagliano una. Diamo fiducia a Damocle: tutto qui.
due agosto millenovecentottanta
a proposito del 20 luglio
e poi avrà avuto anche il coraggio di lamentarsi
C’è gente che dice che sulla luna non ci siamo andati. Che è tutto un complotto. Gente che si permette di dire a Buzz Aldrin ch’è «un codardo, un ladro e un bugiardo». E poi magari ha anche la faccia tosta di lamentarsi del cazzotto...
fare cultura
Ma vaccatroia!, se avessi saputo che avrei passato un paio di giorni a tagliare, piegare, spillare il #24, giù a Gubbio, ci avrei pensato due volte prima di coniare un motto del genere!
(Sono state bellissime giornate, con gli amici di sempre, e per un poco ho assaporato il gusto dei vecchi ciclostili, delle riviste fatte in casa di trent’anni fa. Noi oggi siamo iper-tecnologici, ma la passione è la stessa.)
hit between the eyes
Però poi tornavo a casa, oggi, pregustandomi un paio d’ore di conversazione su Skype con Ale e Virginia a discutere dell’opuscolo e dell’associazione, e ascoltavo gli Scorpions (ha!). Ed è proprio vero:
Just when you had enough
It’s really getting tough
I’m ready for the hit between the eyes
Can’t you see I’m much too young to die?
Oh yeah.
Così si continua a dormire poco, si continua a lavorare, si continua a tirare ogni sera i conti e vedere se il mondo è un po’ più bello, o un po’ più brutto, con tutte le cose che ci vengon scritte dentro.
(Il video di Hit Between The Eyes.)
inutilmente a Martellago
È stata una serata non da poco. Grazie ad Alessandra Trevisan per aver pensato a noi, e grazie all’Assessore Marco Garbin per averci accolto e averci fatto sentire a casa.
(La fiera del libro di Martellago dura ancora oggi e domani, e se sei in zona facci un salto. Un sacco di libri, tutti al 20% di sconto.)
amore senza età
wired
Detto questo, lo spirito del giornale è ben riassunto dal solito, ottimo, Sofri in questo post: e uno poi si chiede perché mi abbono per due anni alla cieca. In ogni caso, la grafica è un pelino meno incasinata di quella dei primi numeri statunitensi, gli articoli interessanti, il problema - ma è uno scotto da pagare volentieri - è la pubblicità...
altrove da me
Una volta un libro come questo l’avresti chiamato “romanzo di formazione”. Almeno: una volta io un libro come questo l’avrei chiamato “romanzo di formazione”. Adesso però viviamo in un tempo un po’ così, e romanzo è un termine che sta stretto a molti. Allora, questo libro lo chiamo “tracce di formazione”. Perché a leggerle tutte, le 145 pagine del libro, sembra che ti rimangano addosso queste tracce, queste impressioni. La protagonista del romanzo vive una vita in cui è sostanzialmente sola, in compagnia di una bestia nera che più volte tutti noi affrontiamo, e che chiama Disagio. Persino il cambio di carattere, per segnalare le potenzialità distruttive del Disagio.
Durante il romanzo incontra Saggi un po’ matti e un po’ inesistenti, affronta mutazioni in pesce che impediscono comunicazioni di sorta, telefonate oscene che si spiegano in insoliti finali; noi scopriamo che anche i mobili di una casa hanno un’anima, o almeno: arriviamo a credere che possano averla, e che esistono persone che vanno alla ricerca di meraviglie per la gente che li paga. (Magari incontrarne uno.)
Lo stile di Lucilla è un incastro di ironia nera, nerissima, di quelle che mi fanno impazzire, e lucida follia. Aggruma parole, una dopo l’altra, e costruisce il suo universo oscuro, spietato e assurdo in cui tutto, anche se non ha una spiegazione, funziona lo stesso (improvvisi abbandoni, morti apparenti e altrettanto apparenti ricomparse, e via così ). Varia l’ormai classico tema dell’incomunicabilità tra gli umani, e ci miscela assieme la crescita che ognuno di noi deve fare dall’adolescenza all’età adulta (e i relativi conti col Disagio, o disagio, a seconda delle persone), con qualche tono fiabesco in alcuni punti del libro – pochi, a dir la verità.
Dubito che sia necessario ribadirlo, ma il libro m’è piaciuto parecchio: è strano, t’incolla addosso lo stesso straniamento della protagonista, e il procedere degli eventi è assolutamente imprevedibile. Da leggere, se non altro per rispetto nei confronti di chi l’ha scritto e di chi l’ha pubblicato (o meglio: osato pubblicare). Da segnalare, infine, la splendida copertina di Francesca Santamaria, matita de I Sognatori, qui sicuramente alla sua prova migliore.
memoria sticazzi
(Copiato pari pari da qui, come lui vuole.)
* *
Ho scritto e pubblicato (a giugno, per una precisa ragione) “Hitler era innocente”, ponendomi un determinato obiettivo.
Oggi so di non poterlo raggiungere.
Allora pubblico questo articolo nel giorno in cui orecchie e occhi sono spalancati, fregandomene della retorica e dell’ipocrisia che da anni vedo manifestarsi dal nulla col sopraggiungere del 27 gennaio.
Orecchie e occhi sono aperti, dicevo, e bisogna approfittarne. Ché già domani in troppi li chiuderanno.
Soprattutto, non so dove sarò il 27 gennaio 2010, quindi preferisco fare qualcosa adesso.
Forse questo breve articolo si rivelerà più utile rispetto al libro, e raggiungerà un maggior numero di persone.
Chiunque può copiarlo e pubblicarlo sul suo blog o altrove.
Anche senza specificare la fonte: non ha nessuna importanza.
Aldo Moscatelli
OLTRE SCHINDLER
Di Schindler, grazie al notissimo e straordinario film di Spielberg, si sa molto.
Di Perlasca anche, grazie a una recente fiction di successo e all’operato della Fondazione omonima.
Ma c’è gente di cui si sa poco o nulla, almeno nel nostro Paese.
Questa è la mia piccola e parziale lista (il tempo per affrontare le mie solitarie ricerche storiche è stato poco, ahimé ), in rigoroso ordine alfabetico:
Don Francesco Antonioli e don Armando Alessandrini, offrirono riparo e cure ai giovani
ebrei che frequentavano la scuola della quale erano responsabili.
Bill Barazetti, cittadino svizzero, la cui storia è davvero incredibile: consentì a 663 bambini ebrei di fuggire dalla Cecoslovacchia, mettendoli in salvo nell’Inghilterra di Churchill. Tutto questo grazie ai “soliti” documenti falsi. Barazetti non rivelò a nessuno, neanche ai suoi figli, quel che fece. Soltanto pochi anni fa, ormai povero e malato, ha chiesto aiuto a uno dei bimbi salvati, il quale a sua volta si è messo in contatto con gli altri. Oggi quei bambini ormai cresciuti, col loro sostegno, consentono a Barazetti di vivere una vecchiaia dignitosa.
Berthold Beitz, la cui storia è identica a quella di Schindler: dirigeva una fabbrica e reclutava in massa gli ebrei per garantire loro la sopravvivenza. Ne salvò tantissimi.
Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, organizzò una rete clandestina a favore degli ebrei e di altri perseguitati, che venivano aiutati a fuggire dalla Germania hitleriana.
Hans Georg Calmeyer, a capo di un ufficio olandese (l’Olanda allora era già occupata dai nazisti), salvò la vita (dato ufficiale) a quasi 3.000 ebrei, ma c’è chi parla addirittura di 5.000 israeliti scampati alla morte grazie alla sua attività di sabotaggio. Come Schindler, per anni sostenne di non aver fatto abbastanza.
Karl De Bavier, svizzero, console a Milano, concesse il visto d'ingresso a 1.600 ebrei, prima che (come Grueninger, vedi sotto) venisse pizzicato e sospeso dall’incarico.
Georges Ferdinand Duckwitz, ambasciatore tedesco in Danimarca. Saputo del progetto di cattura degli ebrei danesi, informò segretamente i dirigenti della Resistenza antinazista locale, salvando così numerosi ebrei.
Paul Grueninger, svizzero, gendarme alla frontiera con l'Austria, lasciò varcare illegalmente il confine a 3.000 ebrei. Scoperto, perse il lavoro e il diritto alla pensione.
Donata e Eberhard Helmrich, aiutarono gli ebrei fin dalla "notte dei cristalli" e mediante vari sotterfugi ne salvarono almeno 100.
Wilm Hosenfeld, garantì la sopravvivenza a numerose persone, specie bambini. È passato alla storia per aver aiutato un pianista sfuggito alla barbarie nazista (ne è stato tratto il celebre film di Polanski). Il pianista in questione, Szpilman, definì Hosenfeld “l'unico essere umano con indosso l'uniforme tedesca che io abbia mai conosciuto”.
Imhof, svizzero, console a Venezia, concesse il visto d'ingresso ad almeno 500 ebrei.
Massimiliano Kolbe, nascose centinaia di ebrei destinati ai Lager. Scoperto ed internato, si offrì volontario per morire al posto di altre persone, nel campo di sterminio di Auschwitz.
Gino Martinoli, dirigente della Olivetti di Ivrea, salvò dal carcere e dalla deportazione 800 antifascisti, tra cui molti ebrei, spacciandoli per impiegati della Olivetti (azienda che lavorava per i tedeschi e che quindi garantiva una certa sicurezza a chi vi prestava servizio).
Aristide Sousa Mendes, console portoghese nella Francia collaborazionista, cacciato con disonore (e senza pensione) per avere stampato migliaia di visti illegali.
Marian Molenda, deportato polacco, si rifiutò di eseguire un ordine imposto dalle SS (sprangare il block 31 per immettervi il gas e sterminare così i 600 occupanti). Per questo diniego fu ucciso a percosse.
Giovanni Palatucci, poliziotto, salvò (assieme ai suoi tre collaboratori Americo Cucciniello, Alberino Palombo e Feliciano Ricicardelli) da 3.000 a 5.000 ebrei, falsificandone i documenti. Scoperto, venne arrestato e deportato nel lager di Dachau, ove perì.
Dimitar Peshev, ministro e poi vice-presidente del Parlamento bulgaro, aderì inizialmente al nazismo. Poi comprese l’assurdità del regime hitleriano e si adoperò per impedire la deportazione di 50.000 ebrei bulgari. Con l’aiuto della popolazione, riuscì nel suo intento. Per questo motivo perse la sua carica istituzionale, morendo in condizioni d’estrema povertà.
Chiune Sugihara, il “Perlasca giapponese”, agì in territorio lituano e salvò un numero di ebrei compreso fra 6.000 e 10.000. Nonostante i continui divieti imposti dal governo nipponico (che era a conoscenza dell’attività antinazista di Sugihara), rilasciò visti di transito a profusione. Con la fine della guerra rientrò in Giappone, e ovviamente dimesso con disonore dal servizio diplomatico, per aver disobbedito ai diktat imposti dal suo governo. Non so quanti fra voi conoscono la cultura giapponese, ma azioni del genere – nell’ottica nipponica – sono quanto di più umiliante possa esistere. Figuriamoci per un uomo che in un quinquennio aveva salvato (in media) 150 persone al mese. Nel 1968 però venne riconosciuto da uno degli ebrei che aveva aiutato, e così la sua incredibile storia fu nota a tutti. Il Giappone riabiliterà Sugihara senza clamori e senza una sola parola di scuse.
Raimondo Viale, prete, si prese cura di circa 350 ebrei (di varia nazionalità ), per lo più individui che avevano oltrepassato il confine italiano passando dalla Francia, e cercando riparo nelle montagne cuneesi.
Maria Helena Francoise Isabel Von Maltzan, contessa tedesco-svedese, nascose in casa propria e accudì personalmente oltre 60 ebrei.
Raoul Wallenberg, colui che numericamente ha salvato il maggior numero di ebrei: 100.000. Come ci riuscì? Nei modi più assurdi e – davvero – romanzeschi. Principalmente fornendo migliaia e migliaia di passaporti svedesi (Wallenberg era svedese e agì per conto del suo coraggioso governo) a qualunque ebreo. Il paradosso, nell’epopea di Wallenberg, è questo: per difendere gli ebrei, dimenticò di crearsi una documentazione tale da porlo al di sopra di ogni sospetto, cosicché quando i russi liberarono Budapest (la città nella quale agì ), egli si ritrovò nell’assurda situazione di doversi difendere dall’accusa di collaborazionismo. Sparì nella vecchia URSS, e di lui non si seppe più nulla.
repeal Prop 8
sull'immobilismo
A me ‘sta sindrome della prudenza fa ampiamente girare le balle. Molti dei miei amici ne sono affetti, e per paura di qualsiasi conseguenza stan fermi. Il clou è quando vengono a fare i conti in tasca a me: ho smesso di voler fare l’astronauta quindici anni fa, quando ho capito che per diventarlo davvero avrei dovuto sapere parecchio di scienza e fisica, quindi le cose strambe da parte mia sono sempre state limitate a ben determinate cose: ma appena appena una di queste cose esulava dal tracciato stabilito, ocio che xe ‘n’atimo. Stai attento che basta poco, davvero.
A me non sembra che la “gioventù” degli altri paesi sia così, appena guardo intorno: non ho tante amicizie fuori dall’Italia, ma quel che ho visto in Inghilterra o in Francia mi ha lasciato stupito, in quanto arretratezza culturale nostra. Il fatto poi che alla Casa bianca sia stato eletto uno che in Italia, se proprio è fortunato, con l’età che ha può fare il ministro (*) la dice lunga.
Dico “gioventù” fra virgolette perché a ventisei anni, andiamo, non sei più giovane. Sei adulto. Meglio che se lo ficchino in testa quelli che fanno le etichette per tutti, e meglio ficcarselo in testa noi: ventidue, ok, sei giovane. Ventisei no. Trenta ancora meno. Trentacinque, lascia perdere.
Non pensare che consideri tutti i “giovani” immobili come belle statuine. Dico, quelli che conosco lo sono. Non, tutti i giovani sono fermi e aspettano. Molti di quelli che conosco io rientrano nella figura antropologica e sociologica ben dipinta dall’ex ministro Padoa Schioppa: “bamboccioni”. Non è escluso che Venezia eserciti da questo punto di vista un’influenza particolare: è quello che cerco di dimostrare, o quantomeno che provo a focalizzare, nei miei interventi su MRT. Ma è un altro discorso.
Bonami l’ha detta giusta. Purtroppo.
(*) E non dirmi che ci sono ministri giovani tipo Alfano o la Meloni. Quello è merchandising.
su due piedi
da Fermi al vero amore
Yes they did, due
è bello anche il finale
(Sul New York Times, video e trascrizione.)



