recensione

emmaus

C’è da fare una premessa, perché poi sennò qualcuno mi viene a svangare la minchia: a me Baricco piace. Piace quando fa lo scrittore, piace quando fa l’intellettuale, piace quando si mette a fare il divulgatore e ti riassume un’opera gigantesca in tre parole (peccato poi che quelle tre parole poi ti rimangono, e non è forse un bene?). A parte Senza sangue, che non m’è piaciuto per niente, e Castelli di rabbia, che non son riuscito a finire, i suoi libri mi son piaciuti tanto. Oceano mare è uno dei libri più belli che io abbia mai letto. I barbari: saggio sulla mutazione lo rileggo ogni anno da che è uscito.

Fatta questa doverosa premessa, ecco che dire che
Emmaus mi è piaciuto moltissimo non desta chissà quale meraviglia. Mi è piaciuto moltissimo per diversi motivi: perché è imperfetto, in certi punti, come se su certi passaggi che alla lettura non risultano chiarissimi non ci avesse dedicato troppo tempo. Il che fa strano, da parte di uno come lui fa strano. E magari è un errore mio, di lettura mia (l’ho letto ieri in treno, ed effettivamente ero un po’ addormentato, confesso). E poi racconta con precisione quasi sadica la realtà vista dagli occhi di un cattolico. Non un cattolico fanatico, e per fanatico intendo: coloro che di noi non-battezzati pensano «poverini» (ne ho incontrati). Il cattolico impegnato, quello che ci crede veramente, e che quando metti un attimo in crisi alza gli occhi al cielo chiedendo che dio gli dia una risposta. Di quella gente lì pure ce n’è parecchia, e pure ne ho conosciuti: e Baricco li racconta, nel loro mondo tranquillo, dove tutto è fatto per l’edificazione del Regno, come se la vita attuale fosse qualcosa di pallido, un regno in minore. Dove non c’è bisogno di investire energie per costruire qualcosa per l’adesso, ma solo per il Regno. Baciabanchi, loro malgrado: come se non esistesse nient’altro di valore, al di fuori della chiesa o della Chiesa. Dove la malattia di qualcuno è una “croce” che dio ha affidato, dove non si può dare scandalo. Dove la borghesia e il mondo dei non credenti viene visto con sospetto, curiosità scientifica, e dove però una volta entrati non si esce mica più integri.

E poi m’è piaciuto perché ci ho letto la mia vita di quindicenne, sedicenne, quell’età là. Non ero cattolico, né frequentavo cattolici praticanti, all’epoca, eh: mettiamolo subito in chiaro. Ma in quarta di copertina c’è l’incipit, che dice «Abbiamo tutti sedici, diciassette anni - ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato». Nel libro i quattro protagonisti iniziano a sedici anni, chiudono un po’ dopo i diciotto (forse anche diciannove). In mezzo, ne succedono davvero di tutti i colori. Ovviamente a noi non sono successe proprio quelle cose: ma un suicidio ce l’abbiamo avuto anche noi, e anche alcuni dei nostri non li abbiamo più trovati, spinti in direzioni contrarie, opposte, o anche solo diverse dalle nostre. Certe cose del libro hanno rispecchiato le cose mie, e questo è indice d’un grande libro, secondo me: perché quando parla di una storia ch’è anche la tua, allora durerà. Almeno per te stesso. E infatti: a me
Emmaus è piaciuto molto. A te?

(E invece: della raccolta di racconti di Elena Varvello,
L’economia delle cose, salvo solo gli ultimi due, ma con fatica. Ne parlo qui perché la Varvello tra le altre cose insegna alla Holden, quindi una qualche relazione ci sarà.)
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un romanzo di proporzioni mitologiche

Di Edward Bloom, lo stralunato, a volte folle, sempre geniale protagonista del suo Big Fish, Daniel Wallace costruisce una biografia impossibile. Pochi sono i punti certi (uno su tutti: il figlio, William), tutti i dettagli e i “fatti” sono passibili di verifica e probabilmente non ne passerebbero una accurata. Il problema è che Edward Bloom racconta storie. Tante storie. Storie esagerate e incredibili che mischiano le carte e impediscono a chiunque di capire chi è veramente, che cosa ha fatto veramente Edward Bloom.

Ma è importante sapere chi è una persona? O alla fin fine non rimane nient’altro che le storie che ha raccontato, e le storie che si possono raccontare su di lui? Non è una domanda stupida, né scontata, e non è facile rispondere.
Big Fish tratteggia una strada, e non è una strada per tutti. È la strada di chi crede che dietro ogni storia ci sia un universo, un mondo da guardare anche senza capire. È la strada della curiosità, della passione, e del coraggio di credere alle proprie storie. Anche se le storie prendono il sopravvento su di noi e non ci lasciano più.

William Bloom è sul baratro dell’oblio, in questo romanzo: suo padre sta morendo e tutto quello che rimarrà di lui saranno le storie che ha raccontato nella sua vita, i fatti immaginari in cui s’è immerso e in cui ha sempre vinto. La città che ha comprato, le persone che ha salvato, quelle che ha aiutato. Ma non esistono, quelle persone, quelle città. Non c’è niente.

O forse sì? «A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Continueranno a vivere dopo di lui, e così diventa immortale». Eccolo, il romanzo mitologico: crea un mondo, David Wallace, con questo piccolo romanzo poetico e commosso, che ferma la vita di Edward Bloom proprio nel momento migliore: quello in cui diventa un mito.

D’altro canto, durante la maggior parte del tempo che passiamo con altre persone noi parliamo, e parlando raccontiamo storie: la vita è una narrazione. Importa poco, alla fine dei giorni, che quella narrazione fosse veritiera. L’importante è la sua forza, e la sua sincerità.
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suonala da un'altra parte

Non mi sembra giusto chiamarla “recensione”, ma la categoria è quella, quindi: La sonata a Kreutzer è uno dei libri più brutti che io abbia mai letto. Prolisso, eterno, monta un climax che sbriciola in poche pagine, e soprattutto: moralista in maniera disgustosa. Niente da fare, Lev: il prossimo tuo libro, lo leggerò fra parecchio.

Ridatemi
Nick Hornby, per favore: ho bisogno della sua leggera intelligenza.
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altrove da me

(Recupero questa mia recensione grazie a questo sito.)

Una volta un libro come questo l’avresti chiamato “romanzo di formazione”. Almeno: una volta io un libro come questo l’avrei chiamato “romanzo di formazione”. Adesso però viviamo in un tempo un po’ così, e romanzo è un termine che sta stretto a molti. Allora, questo libro lo chiamo “tracce di formazione”. Perché a leggerle tutte, le 145 pagine del libro, sembra che ti rimangano addosso queste tracce, queste impressioni. La protagonista del romanzo vive una vita in cui è sostanzialmente sola, in compagnia di una bestia nera che più volte tutti noi affrontiamo, e che chiama Disagio. Persino il cambio di carattere, per segnalare le potenzialità distruttive del Disagio.

Durante il romanzo incontra Saggi un po’ matti e un po’ inesistenti, affronta mutazioni in pesce che impediscono comunicazioni di sorta, telefonate oscene che si spiegano in insoliti finali; noi scopriamo che anche i mobili di una casa hanno un’anima, o almeno: arriviamo a credere che possano averla, e che esistono persone che vanno alla ricerca di meraviglie per la gente che li paga. (Magari incontrarne uno.)

Lo stile di Lucilla è un incastro di ironia nera, nerissima, di quelle che mi fanno impazzire, e lucida follia. Aggruma parole, una dopo l’altra, e costruisce il suo universo oscuro, spietato e assurdo in cui tutto, anche se non ha una spiegazione, funziona lo stesso (improvvisi abbandoni, morti apparenti e altrettanto apparenti ricomparse, e via così ). Varia l’ormai classico tema dell’incomunicabilità tra gli umani, e ci miscela assieme la crescita che ognuno di noi deve fare dall’adolescenza all’età adulta (e i relativi conti col Disagio, o disagio, a seconda delle persone), con qualche tono fiabesco in alcuni punti del libro – pochi, a dir la verità.

Dubito che sia necessario ribadirlo, ma il libro m’è piaciuto parecchio: è strano, t’incolla addosso lo stesso straniamento della protagonista, e il procedere degli eventi è assolutamente imprevedibile. Da leggere, se non altro per rispetto nei confronti di chi l’ha scritto e di chi l’ha pubblicato (o meglio: osato pubblicare). Da segnalare, infine, la splendida copertina di Francesca Santamaria, matita de I Sognatori, qui sicuramente alla sua prova migliore.
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WOAD, 3

È che il suono è moderno, capisci? È sempre il Boss, ma è il Boss calato completamente nel presente. Il che non significa svendere quello che hai fatto per trent’anni a qualche moda nuova, né mettere effetti a tutti i suoni che produci. Significa stare attenti, non ripete sempre in maniera perfetta quello che hai sempre fatto: ma scartare, saper scartare di lato. Quello che Guccini fa in rare occasioni, ma ci va bene perché a noi lui va bene così com’è (e un miracolo come Lettera non è facile da bissare): e però il Boss no, il Boss va bene che non si ripeta mai troppo uguale a prima.

E c’è riuscito, mannaggia.
Working On A Dream (a parte il brano omonimo) è un disco fortissimo, compatto, soprattutto bello. Con qualche colpo di genio, qualche canzone che cantata ai concerti spaccherà fuori tutto, e una coppia di gemme finali e dolcissime, The Last Carnival (butto là: scritta pensando a Danni) e The Wrestler, dal film omonimo.

(
Ondarock invece lo stronca: fai te. E sappi che non faccio testo, ormai.)
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trilogia della città di K.

Come ho detto in questo numero di inutile, non ho più molto tempo per leggere libri, così me li trascino per un po’. (Un mese per un libro solo: eresia!) Ieri sera ho finito la Trilogia della città di K., ed è uno di quei “adesso ho finito il libro” che ti rimangono dentro parecchio, e in modo strano. Il romanzo parte bene, alienandoti assieme ai due bambini protagonisti, gemelli, portati in salvo dalla madre in una città di frontiera, la città di K., e lasciati lì con la nonna. Poi, in quasi quattrocento pagine, passano cinquant’anni, dalla realtà passiamo al racconto e dal racconto alla realtà e ti chiedi se quella che stai leggendo è davvero la realtà, o siamo in un libro davvero?

La trilogia è composta da tre libri:
Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna.

La seconda guerra mondiale, le mancanze e gli orrori della morte e della fame, della follia, della solitudine: scrittura asciutta, maniacalmente precisa; ambienti morbosi e sporchi; personaggi al limite dell’umanità, o troppo pieni di umanità: il primo libro è un’allucinazione civile non da poco, una delle cose migliori che abbia letto in questi ultimi anni: per contenuti e stile. Il secondo libro ha quasi un impianto classico, se si escludono i rimandi al primo. Poi il terzo è una bomba, ed è bene così: spiazza, stravolge, lascia senza fiato mentre i tentativi di capire precipitano assieme agli eventi, e tutto diventa un unico grande quadro, bellissimo, gelido, agghiacciante, sulla vita e sulla morte.
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un sogno dentro un sogno (due)

Ché sembra che lo facciano apposta, i Sognatori. Sembra (davvero) che si divertano a fare uscire un libro più bello dell’altro, ogni tre mesi circa o giù di lì. Ce ne fossero di più, tra i piccoli editori, che seguono una politica così chiara di prodotto editoriale di qualità. E andiamo fino in fondo: ce ne fossero di più, tra i grandi editori, che seguono una politica così eccetera.

I Sognatori mi mandan via di testa adesso con
Un sogno dentro un sogno (volume secondo), risultato del concorso dallo stesso nome (scaduto il 31 agosto: sì, sei in ritardo). Undici racconti, uno in più rispetto all’antologia di fine 2007, la qualità è allo stesso, altissimo livello. L’anno scorso lo stile era (quasi) uniforme, e i temi vicini tra i diversi racconti; quest’anno si svirgola di più, e la varietà è lampante: dalla fantascienza di Giuseppe Perciabosco (solida fantascienza d’altri tempi: bravo) alla fulminante genialità della paginetta di Sogno e son destro («Io c’ho i sogni mancini» ), dai rimandi di letteratura antica, e fiaba, e un pizzicchino di fantasy di Oltre l’arcobaleno agli scampoli di mondo latino nel racconto di Elisabetta Rossi.

A me sono piaciuti, tantissimo,
Novembre di Francesca Tibo e Per sua divina provvidenza di Ilaria Vajngerl, ma ribadisco: la qualità è altissima, e le cadute di tono quasi non esistono. Poi ci sono i gusti, quelli sì, e allora magari un pezzo potrà piacere meno di un altro: ma non mi sembra sian cose da far notare, queste.

Sembra che i Sognatori si divertano, dicevo: e se si divertono loro, si divertono pure quelli che partecipano. Perché si vede che quando fai un lavoro di qualità, e ci spremi dentro tutta la tua vita (cioè: non ti tiri indietro. Non fingi. Non corri dietro agli altri, ma fai solo il tuo lavoro), qualcosa in cambio arriva. Arrivano undici racconti come piccoli tesori, e la possibilità, la pazienza, e la tenacia di costruire qualcosa che rimane.
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once

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È uno di quei film che lo vedi e dici: ecco, se io fossi un regista, farei un film come questo. Perché è perfetto, perché è leggero, perché è vero: non ci sono battute da Harmony (sai quanto io detesti le battute da Harmony), perché ha uno sfondo tristissimo ma questa storia d’amore a metà è una cosa bellissima, perché tutti ci siamo passati, perché lui ha una voce incredibile, e lei è fantastica, perché lui è uno spiantato, e lei ha una figlia e una madre da mantenere, perché il batterista è come il batterista che suonava con noi, te lo ricordi?, perché tutti una volta almeno abbiamo suonato qualcosa in cui credevamo fin dentro alle ossa e ci si ingrossavano le vene del collo (roba che se l’insegnante di canto che ho avuto un anno le vedesse, quelle vene ingrossarsi, a calci in culo, proprio), perché vorresti che si mettessero insieme come avevi voluto che lei si mettesse con te, quella volta, e le hai scritto quella canzone. E se non era una canzone era una poesia, o una lettera, e quante lettere le hai scritto? Quante parole buttate via: Once non ne spreca una, di parola, perché ne usa pochissime, e quelle che usa sono quelle giuste, quelle che useresti tu e che ho usato anch’io. Once è un film che va visto perché Dublino è grigia e piena di gente indifferente come il centro della nostra città, perché fa freddo, e la sciarpa non basta, perché è uno di quei giorni in cui ti scaldi le mani col fiato e chiudi gli occhi, mentre soffi sopra alle dita, e perché una volta ogni tanto, una volta nella vita, capita che incrociamo qualcuno per cui vale la pena aprire gli occhi e voler registrare delle canzoni. Un po’ di musica, oltre questa solitudine.

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Quantum Of Solace

Ammettere c’è da ammetterlo, se voglio chiamarmi “persona onesta”: non ho mai cagato la saga di Bond. Neanche di striscio, fino al 2006 quand’è uscito Casino Royale. L’ho visto solo perché mio zio l’ha fatto: e il film m’è piaciuto un sacco. Poi con mio zio ho iniziato a lavorare, e per due settimane sono pure finito sul Garda, questa primavera, per le ultime riprese di questo nuovo capitolo della saga di James Bond. Un motivo in più per vedere questo Quantum of Solace, quindi.

I miei due centesimi, come si dice: gli ultimi due capitoli della saga cinematografica di James Bond prendono il personaggio come tutti lo conosciamo (o ce l’hanno fatto conoscere, come nel mio caso), lo sbatacchiano un po’ nello shaker, gli buttano sopra un po’ di difetti, ché adesso non esiste un eroe senza un difetto, e poi lo sparano nel XXI secolo, senza neanche passare dal via. E da parte mia posso ben dire: figata.

Quantum of Solace è rocambolesco. Spettacolare. Costruito piuttosto bene, per quel che riguarda tempi e narrativa, e realizzato ancora meglio. E, piccola nota egocentrica, le sequenze italiane sono perfette. Molto contento di averlo visto, e per quel poco che ho fatto: anche di avervi partecipato.

Il fatto che Daniel Craig non sia Sean Connery, con tutto il rispetto e l’affetto che provo verso il vecchio, mi va anche meglio. Se fossero uguali, i due Bond, sarebbe un pessimo segno: significherebbe che i film non sono più un riflesso della società che li genera, e che le produzioni si sono cristallizzate su di un unico stile, un unico sistema, ignorando il mondo che le circonda. Dal mio punto di vista, personalissimo, umilissimo e da intellettuale da due centesimi, sarebbe una cosa da non augurare neanche al mio peggior nemico. Daniel Craig e i produttori Barbara Broccoli e Michael Wilson hanno plasmato un Bond davvero ben fatto, credibile, e soprattutto senza la necessità di dimostrare qualcosa a qualcuno: neanche dice «The name’s Bond, James Bond». Il che la dice lunga: James Bond è morto, lunga vita a James Bond.
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novalis, il libro

Piove troppo per poter dormire subito, e poi ieri notte ho tirato le cinque assieme a qualche altro milione di persone, quindi posso anche andare a letto all’una, oggi. Piove troppo, adesso, a Mestre: ché si sfoga dello scirocco che ci ha sudati oggi pomeriggio, e nei giorni scorsi. Scirocco di quelli duri, da Venezia-d’agosto-in-piena-fondamenta-spianata-al-sole, anche se magari con qualche grado in meno. Una di quelle fondamenta, magari verso Fondamente Nove, o Viale Garibaldi, o ancora più in là, spostati agli estremi confini a est: il Lido. D’inverno. Peggio che il centro di una città d’estate.

A momenti neanche so più perché, ma comunque: piove troppo per andare a dormire senza aver detto che
Novalis, di Giorgio Fontana, è un bel libro. Di quelli che si fanno leggere, t’incollano, roba che alle quattro del mattino devi sapere come va avanti. Possibilmente, alle quattro del mattino devi finirlo. Un po’ perché il giorno dopo devi andare al lavoro, e magari coi soldi che guadagni comprare anche l’altro libro di Giorgio, ma soprattutto perché senti un nodo alla gola, di quelli da mancanza, di quelli da prurito sottocutaneo, di quelli che ti giri continuamente su un fianco senza addormentarti e il gatto ti guarda e pensa, al solito: mona.

Novalis parla d’abbandoni. Solitudini, ricerche, deviazioni dalla retta via. A ben guardare, in Novalis non c’è una retta via. Non c’è niente. C’è solo la periferia. C’è un po’ d’estate di grande periferia italiana, che io mi immagino sia Milano ma solo perché per una storia così i posti che conosco mancano di carattere. Non c’è abbastanza disperazione nei posti che conosco. È come se in quella fondamenta-spianata-al-sole improvvisamente il cielo, in piena estate, sputasse fuori catrame. Il cielo, catrame. Non è storia da cittadine immacolate nella propria memoria, quella di Novalis. Ha bisogno di strade, automobili che sputano gli ultimi cavalli motore, alberi d’un bosco abbandonato come i casolari ai bordi dell’autostrada. Autogrill lungo una strada che porta all’annientamento. Pompini in mezzo al nulla, tensione da stemperare con l’abisso.

L’abisso, ecco: è l’abisso il protagonista di
Novalis: ai margini dell’abisso sfilano i personaggi. Chi più in alto, magari verso la salvezza - salvezza? - chi nei gironi più bassi. C’è qualcuno che sta anche oltre al fondo dell’abisso: roba di lusso.

Novalis è un libro che va letto. È un libro che ti porterà nella città verso la quale s’avvicina il personaggio della copertina: vietato svelarti che cosa succede in quella città. Anche se i segreti vanno rivelati, io non lo farò: a te entrare nel Gruppo Novalis, nella sua musica e nella sua arte oltre qualsiasi concezione dell’arte.

(Interessasse:
questo è il sito di Giorgio.)
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