brave new world


Amarcord
Sono cresciuto guardando «Star Trek». In particolare, la seconda incarnazione: «Star Trek: The Next Generation». C’era un accrocchio chiamato PADD, o Personal Access Display Device. Era una tavoletta sempre connessa al computer principale, e che permetteva di leggere informazioni e dati provenienti da lì. E mi ricordo che mi piacevano un mondo. In realtà, ero e sono tuttora affascinato dall’idea di Star Trek di una tecnologia amichevole, e “facile” da usare. (Non credo che fosse “facile” far funzionare un motore a curvatura, però dai, hai capito.)

Su quella stessa scia
Nel 2007 è stato introdotto iPhone, con la solita fanfara e magniloquenza di Apple: «Apple reinvents the phone», dicevano gli strilli. Be’, come telefono in senso stretto non è chissà cosa, ma come apparecchio da portare sempre con sé è certamente una grandissima innovazione. Come lo è il suo schermo multi-touch. Come lo è il fatto che l’unica cosa che conta, in quell’accrocchio lì, è il software: attraverso continui aggiornamenti, il software si è evoluto nel corso dei tre anni che son passati da allora. Non importa che abbia una fotocamera dalle ridotte capacità, o “solo” 32GB di memoria flash. Importa il fatto che, come il computer, può imparare a fare cose nuove ogni giorno. Ci sono 140mila applicazioni per iPhone, probabilmente qualcuna di più: ce n’è una per quasi qualsiasi cosa ti possa venire in mente. È il PADD come me l’aveva mostrato il Capitano Picard? Non proprio, ma ci va molto vicino. E comunque, il multi-touch non solo è figo: funziona bene.

And then comes the iPad
E poi mercoledì 27 gennaio 2010 Apple, nella persona di Steve Jobs, presenta l’iPad. E ‘sto giro la magniloquenza è ai massimi livelli: «La nostra tecnologia più evoluta in un dispositivo magico e rivoluzionario, a un prezzo incredibile». Be’, il prezzo è proprio incredibile, soprattutto pensando che viene da Apple: 499$ la versione base è cosa notevole. In Italia finirà per costare il doppio del cambio, ma ci siamo abituati, anche se non sappiamo bene perché.
Il prodotto? È figo, strafighissimo, e come dice giustamente Arturo
in un commento a un mio post precedente sembra davvero un PADD della Flotta Stellare. Ha uno schermo da 9,7”, oleorepellente (non vedrai le tue ditate, ma se vuoi un consiglio: lavati le mani), LED, naviga grazie al wifi o a microschede 3G, regge fino a 64GB e il resto delle specifiche te le leggi qui. A una prima occhiata è un iPod Touch gigantesco. A una seconda occhiata, pure. Cheppalle, però: iPod Touch esiste dal 2007, sai che scoop.

Mi manca qualcosa
E quel qualcosa è il senso: che cazzo me ne faccio di un iPod gigantesco? Se proprio devo andare in autobus e ascoltare la musica, è meglio il cugino piccolo. Se proprio devo scaricare la posta mentre sono in spiaggia e mio figlio mi prega per giocare un po’ con lui, meglio l’iPhone, ch’è più piccino. E ti do pure ragione. In più Luca Sofri dice, giustamente, che un altro apparecchio che faccia le cose che fanno già gli altri apparecchi non fa al caso nostro.
A parte gli esempi forniti da Apple stessa durante la presentazione e nel video promozionale, e a parte la suite iWork ridisegnata per iPad (e che lavoro magnifico è stato fatto, tra l’altro!), e a parte le 140mila applicazione per iPhone che ci possono girare subito, fin dal primo giorno - tranne quelle che utilizzano le funzionalità telefoniche dell’iPhone, ovviamente - a parte tutte queste cose, l’iPad non ha uno scopo ben definito. E questo è il suo senso: è un apparecchio multifunzione, proprio come lo è il computer, che ad ogni nuova applicazione che installi, impara qualcosa di nuovo.
Eppure credo che anziché andarmene a letto col portatile, come faccio spesso, per rispondere e scrivere le ultime mail, oppure sistemare inutile prima delle pubblicazioni del martedì o del venerdì, o aggiustare il prossimo numero, l’iPad possa essere un degnissimo sostituito. Per farmi i cazzi miei su internet e rispondere sporadicamente alle email uso l’iPhone: ma farlo con l’iPad sarà più comodo (non ho nulla da eccepire alla tastiera software dell’iPhone, la uso benissimo e sono più che soddisfatto, ma è un po’ - come dire - piccolina). Guardare un film con la Dolcissima sarà immensamente più comodo con una tavoletta da poco più di mezzo chilo, presuppongo (forse però gli altoparlanti non reggeranno il confronto con quelli del MacBook Pro... sì, questo potrebbe essere una rottura). Eppure sono tutte cose che faccio già... le farò meglio? Ancora non lo so: ma qualcosa mi dice di sì.
Ma il punto, di nuovo, non è questo: non è (solo) quello che ci puoi fare, ma come lo puoi fare. E come te lo fanno fare.

Ma tutto questo è davvero rivoluzionario?
No. Sì. In parte. Cioè. Argh! È un concetto difficile da spiegare, eppure qualcuno c’è riuscito molto meglio di me (e se vuoi puoi andare alla bibliografia alla fine di questo pezzo per leggerti i loro articoli: sono tutti molto, molto, molto più interessanti del mio). Il concetto è citato per sbaglio da Steve Jobs durante la presentazione, al minuto 14:34, quando naviga sul sito di Fandango. Grossomodo dice:

«Grab the tablet that’s in the kitchen, go to Fandango on your iPad and buy your tickets. It’s that simple»


Kitchen, dice. Cucina. Questo non è un computer. Questo non è un palmare, uno smartphone. È un elettrodomestico. Già un amico, anni fa, mi aveva “accusato” di usare un elettrodomestico, non un computer, quando gli avevo detto che usavo un Mac. Qui siamo a un livello superiore.
Questo è un oggetto perennemente connesso alla rete (in wifi, o in 3G se sei fuori casa o fuori dall’ufficio), su cui puoi consultare i tuoi dati, i tuoi documenti, sul quale puoi fruire di contenuti audio e video, dal quale puoi comprare contenuti audio e video (per il video: non Italia. Che ti credevi?), e per il quale puoi trovare 140mila applicazioni, da stronzate come
Facebook e Wolfenstein 3D (capolavoro), ad applicazioni mediche e via dicendo. Puoi anche modificare i tuoi documenti (nel video della presentazione Phil Schiller usa iWork, per dire). Ti serve comunque un computer per sincronizzarlo e farne il backup (e un account iTunes, tra l’altro). Ti serve comunque un computer per fare i lavori pesanti: montaggio audio o video, impaginazione vera, [aggiungi quello che ti sembra opportuno]. Non è un computer come lo intendiamo oggi: è un elettrodomestico.

Gli elettrodomestici dovrebbero capirsi al volo
L’iPad porta il livello di astrazione dell’iPhone a vette ancora ignote, che chissà dove ci condurranno. Non esiste un file system visibile: l’organizzazione gerarchica dei documenti è a noi sconosciuta. È lo stesso principio di iTunes: tu buttami dentro la musica, e (se ha i giusti metadati) te la faccio vedere io. Questa cosa ha mandato fuori di testa alcuni amici: ma come, non sono io che decido come si chiama la cartella dove sta tutto «Highway Companion», che ho scaricato illegalmente e non ha un metadato neanche a cercarlo per un anno? E che senso ha?
Il senso, alla buona, è che tu puoi goderti la tua musica, il lavoro lo fa qualcun altro. È l’idea di Jobs di un computer come attrezzo per la produzione di contenuti propri, già pronto da usare appena fuori dalla scatola. Su Mac, questa cosa avviene in applicazioni come iTunes e iPhoto. Su iPad, avverrà su tutto: e questo è con buona probabilità il futuro dell’informatica per le masse.
È il futuro perché non serve un manuale per capire come funziona un iPhone. Una volta che hai bestemmiato in cinque lingue per capire a che cosa serve l’unico bottone fisico che ha (ed è una cosa che capisci in due secondi, e un paio di tentativi), non serve altro. È tutto lì, in bella vista. Su iPad, lo stesso: con la differenza che 40 milioni di persone hanno già comprato iPhone, e hanno già familiarità con la filosofia. Loro, e tutti i loro amici/conoscenti/ parenti/colleghi/sconosciuti incontrati in treno, che gliel’hanno visto usare.
E come elettrodomestico, il senso che gli verrà attribuito sarà profondamente diverso da quello che associamo normalmente a un computer. Michael Sippey sostiene (la traduzione è mia):

l’iPad è il computer per la famiglia [...] sembra un apparecchio perfetto per passare dal soggiorno alla cucina alla camera dei bambini alla camera da letto. Ci potremo navigare il web, leggere le notizie, i ragazzi scriveranno delle email (...), lo useremo per controllare la musica di casa (...) Sono sicuro che prima o poi uscirà un “gioco da tavolo” da giocare tutti assieme, o sarà possibile guardarci la tv. E i bambini litigheranno fra loro per chi lo userà (e sarà papà a farlo). In realtà, è come viene usato il mio iPhone già oggi, quando sono a casa. Perciò, un iPhone di famiglia con uno schermo più grande? Ne voglio uno.


E a me che me ne frega?
Niente. Nessuno ti obbliga a comprare un iPad, o ad accettare senza critiche il sistema dell’App Store (Apple deve approvare quello che puoi installare sul tuo apprecchio, a farla breve). Ma per quelli come me che sono cresciuti con una certa idea di tecnologia in mente, l’iPad è la realizzazione di un sogno: tecnologia “amichevole”.
Per quelli che si sforzano di capire e usare un computer, ma ancora non ce la fanno, l’iPad potrebbe essere la carta vincente: non esistendo più un mondo di directory, sottocartelle, file, doppioclic e sposta quel cursore un po’ più a destra... no, un po’ più in basso... dai cazzo, come fai a non prendere quel bottone!, ed essendo esposto tutto allo sguardo, un po’ di bestemmie spariranno. Conto di comprarlo a mia madre, per esempio: non ha mai usato veramente il Mac Mini che le ho regalato un anno fa, perché per lei è “troppo”. E allora un iPad, su cui controllare le email che le spedisce l’insegnante di disegno, navigare un po’ il web, ascoltare magari un po’ di musica o vedere le immagini che deve ricopiare su uno schermo così grande e definito... una cosa del genere potrebbe cambiarle la vita, avvicinandola al computer “vero”. O magari tra tre anni esce un iPad Ultra, su cui scrivere come se fosse una postazione desktop è come bere un bicchier d’acqua, e allora vedi.
Sia chiara una cosa, però: adesso scrivo “iPad”, ma intendo: “apparecchio con le stesse funzionalità e potenzialità di iPad, ma non necessariamente iPad”. Spero che tra cinque anni non ci sia solo Apple a proporre una soluzione simile, ma che sia una filosofia penetrata nel mercato e nei produttori ma - soprattutto - nella gente comune.

Va ben, ma gli ebook?
[Qui ti avverto subito, queste sono mie considerazioni, mie mie proprio mie, e non so se qualcuno le ha già dette meglio di me, ma so già che qualcuno le prenderà male. No, Enrico, non stavo pensando specificatamente a te. Happy ] Se ti aspettavi da Apple un ebook-reader, e basta, mi spiace: no. Per quel che mi riguarda, credo che Apple non sia troppo interessata negli ebook come li conosciamo oggi: è un mercato in espansione, e ha avuto voglia di metterci la zampata. Ma la mia idea della sua idea è: finché non viene studiata una soluzione ottimizzata per apparecchi mobili, o comunque: apparecchi con schermo, non andremo molto più in là di “versioni della «Divina commedia» per [aggiungi nome apparecchio]”.
Credo che quello che deve arrivare, per ottenere una svolta significativa, è un prodotto che unisca le multimedialità concessa dal computer: sennò sarà sempre leggere qualcosa pensato per un altro medium. Il libro di carta è tale perché è stato per anni la punta massima tecnologicamente ottenibile per diffondere idee e storie, e farle durare nel tempo. Se quattromila anni fa fosse esistito il cinema, nel senso di: supporto su cui riversare immagini in movimento e suono, stai tranquillo che i Lumière avrebbero avuto una toga e «Quarto potere» sarebbe arrivato molto, molto prima. Questo è il mio problema con gli ebook oggi: mi danno quello che esiste già, con la filosofia di quel che c’è già, su supporti che non esistevano quando quell’idea è nata e si è sviluppata. Che per carità, ad alcuni può anche andar bene, ed è sicuramente più comodo portarsi dietro centinaia di libri in un pezzettino di plastica o di alluminio, piuttosto che qualche valigia (lo faccio già io, adesso, con Stanza).
Sennò, l’altra idea che ho: ma se tutto dev’essere connesso, se tutto dev’essere sulle cloud, allora perché non rendere i libri delle pagine web? Grazie ai CSS ci può essere un’impaginazione avanzata capace di dare del filo da torcere ai libri stampati; grazie al sistema dei link puoi avere contenuti aggiuntivi (come sui dvd) a portata di clic; grazie agli standard web, puoi avere video e audio (l’ultima presentazione di questo libro? ciapa qua, clicca). Potrebbe essere sensato perderci più di un secondo, dietro quest’idea. O forse no: ma son le quattro del mattino, concedimela.

E quindi?
E quindi adesso aspettiamo. Il primo iPad sarà in vendita tra un paio di mesi. Aspettiamo il costo, aspettiamo la reazione del pubblico, aspettiamo un iPad seconda generazione, e vediamo cosa fa il mercato. Probabilmente, le altre aziende si focalizzeranno sull’oggetto in sé, come è successo con iPod prima e iPhone poi. Ma io spero che la lezione sia servita, e che adesso ci si preoccupi di più del software, e delle potenzialità di un mondo ancora da scoprire.
Sono d’accordo con
Steven Frank: questo è davvero un nuovo mondo. Anche se “Canvas” mi sarebbe piaciuto molto di più, come nome.

Bibliografia
John Gruber: «Various iPad Thoughts»
John Gruber: «
The iPad Big Picture»
John Gruber: «
Canvas»
Riccardo Mori: «
Prime considerazioni sull’iPad»
Steven Frank: «
I Need To Talk About Computers» (qui l’ottimo Riccardo Mori l’ha tradotto)
Michael Sippey: «
The iPad Is The Family Computer»
Joe Hewitt: «
iPad»
Derek Powazek: «
What Apple Unleashed Today»