e via ad applaudire

A me non è capitato spesso di vedere la gente applaudire alla fine di un film. Mi è capitato alla Mostra del cinema, ma un po’ perch’è prassi, un po’ perché quelle volte che sono andato stavo nella sala grande, col regista e gli attori, e quindi figurati: si applaude anche se fa schifo (a meno che non faccia proprio tanto schifo). Per pochi altri film: forse La vita è bella, ma non ne sono sicuro.

Non mi aspettavo di vedere la gente applaudire alla fine di
Avatar.

Unico difetto: del 3D non ho sentito la necessità. Ha aiutato, perché mi ha dato profondità alle inquadrature. Ma non era necessario. (Per necessario intendo: porcamerda, senza quel bullone mi si apre la macchina. Senza il router come cazzo ci vado in internet? Quel tipo di “necessario”.)

Per il resto: la storia più semplice della terra, raccontata in maniera chiara e limpida, senza soffermarsi troppo sulle pippe psicologiche dei personaggi, ma facendoci
vedere le loro motivazioni, attraverso i loro gesti: vaccatroia, questa è la letteratura migliore che ci possa essere. Effetti speciali fantastici e comprensibili, non come in Star Wars III, che non capivi una madonna perché era pieno di raggi laser e ping! twang! sbadabùm! E poi, il miracolo: appassionarsi ai buoni che sono buoni ma non sono fessi, e odiare i cattivi che son cattivi (e basta!). E parteggiare, tifare, e nel finale essere felici - cazzo! felici! - che il film è un trionfo per i buoni, e una randellata sulla coppa per i cattivi.

Se c’è un senso nel cinema di cassetta, allora il senso è un film come
Avatar. Buoni sentimenti, grande azione, e bella storia. Fine. Applausi.

(Peccato, una volta di più, constatare che siamo in Italia: l’ultimo paese al mondo ad averlo potuto vedere,
per non metterlo in concorrenza con i cinepanettoni di Pieraccioni e De Sica. Peccato, magari si smerdavano alla grande: come meritano.)