“numero uno plus” era proprio una stronzata

Posted by: on Aug 21, 2011 | No Comments

Sempre a proposito di Andy Ihnatko: adoro quest’uomo.

In May, HP’s European head Eric Cador even promised that the TouchPad would do better than beat the iPad to become the world’s number one tablet. He said the TouchPad would become “number one plus,” reminding us all that there are many parts of the European Union where hard drugs can be purchased and used openly.

(dal suo articolo su HP, dismissione dei PC, WebOS, eccetera.)

si stanno accorgendo che quel mondo lì è cambiato per sempre, alla fine

Posted by: on Aug 20, 2011 | No Comments

L’avrai sentito: HP ha deciso di smettere di fare computer, e vuole liberarsi anche della “palla al piede” Palm/WebOS. È una cosa che mi ha stupito e lasciato l’amaro in bocca, per dirla con eufemismi (meno eufemistico Andy Ihnatko su Twitter): neanche due mesi dal lancio del TouchPad, e vogliono già disfarsene. Robe da pazzi.

Lascia l’amaro in bocca, sì: perché HP è sempre stata l’azienda dei computer, degli strumenti tecnologici migliori sul versante PC, e perché è un nome storico, che ha fatto e ha aiutato a fare la storia (un giovanissimo Jobs ci ha lavorato, in HP). E adesso non hanno avuto la pazienza di proseguire lungo la strada e innovare, come sapevano fare in passato. Peggio: si sono chinati di fronte alla potenza di Apple: è come se avessero spedito un gigantesco bigliettino a Jobs dicendo “hai vinto tu”. Niente di male, per carità: ma da HP ci si aspettava qualcosa di più, e il sottoscritto in modo particolare.

Se vuoi leggere di più sulla parabola discendente di HP, un bell’articolo di Robert Cringely, che chiude così:

American firms have been laying-off their engineering staffs for years. In today’s world of MBA-managed companies, R&D is perceived as not being a good use of money. Apple is an exception and over the last several years they have been producing one great product after another. HP worried about keeping up with Apple so Apotheker — like Lew Platt back in 1999 — decided to punt. Apotheker decided to no longer compete with Cupertino. He said as much this week. (leggi tutto l’articolo)

il ruggito del leone

Posted by: on Aug 16, 2011 | No Comments

Stamattina mi sono svegliato, ci ho pensato un attimo, ho eseguito un ultimo backup con Time Machine, ho lanciato Mac App Store e ho comprato Mac OS 10.7, Lion per gli amici. Ho fatto due conti: è il terzo sistema operativo che gira sul mio MacBook Pro comprato venticinque mesi fa. In poco più di due anni, il piccino si sta sorbendo una quantità di cambiamenti notevoli, e si comporta ancora bene (anche se credo sia arrivata l’ora di aumentargli la RAM: ma non ho soldi, quindi amen).

In generale, Lion mi fa usare il portatile in una maniera diversa. Sarà interessante capire come si integrano tutte le novità di questa release con la mia classica postazione semi-desktop (monitor esterno, scrivania estesa, tasteria e mouse bluetooth): appena succede, ti faccio sapere. Però sono 23,99€ da spendere a cuor leggero. A meno che per lavoro non fai affidamento su alcune applicazioni che non sono ancora state aggiornate e testate sul nuovo sistema operativo: informati, prima, non fare come quel mio amico che si è comprato i biglietti per andare a Parigi pensando di dormire da me a Milano quando io però non ci sono.

Questo mio pezzo non vuole essere una recensione esaustiva: non può esserlo, perché il sistema ce l’ho da poche ore e non è stato proprio possibile capire tutto-tutto-tutto di Lion. Poi, non mi metto mica a gareggiare con pezzi professionali come quelli di John Siracusa (solo diciannove pagine di pezzo…): quella è gente che si guadagna il pane con recensioni tecniche, io conosco male i rudimenti di informatica, quindi non è che possa parlare più di tanto.

Così ti dico quello che mi piace e quello che non mi piace. Facciamola semplice, su.

Mi piace:

Versioni. È stata la prima cosa di cui ho verificato il funzionamento appena aggiornato il sistema. È un Time Machine di tutti i documenti: scrivi qualcosa, lo cambi, continui a scrivere, ti rendi conto che la modifica non ti soddisfa: vai sulla barra del titolo e accanto al nome del file si attiva la possibilità di verificare le versioni precedenti.

I gesti: la “bomba” a quattro dita per richiamare Launchpad, le tre dita di lato per sfogliare le scrivanie virtuali: funzionano. E anche il fantomatico scrolling ‘invertito’ funziona, perché son ben che abituato allo stesso gesto grazie all’iPhone. Usare due dita per andare avanti o indietro nella cronologia delle pagine di Safari, poi, è davvero comodo.

L’assenza delle barre di scorrimento: così è tutto più naturale ed elegante. Come in un libro: sai a che pagina sei solo se vuoi guardare il numero della pagina che stai leggendo. Idem adesso: normalmente non ci sono barre di scorrimento, ma se muovi il contenuto del documento, compaiono (e ti danno un’idea del punto in cui sei: in un testo, in una foto, in un elenco di file).

Mission Control: a parte la solita retorica un po’ tronfia di Apple (sui nomi ogni tanto rompe davvero il cazzo), avere a portata di dita tutto quello che stai facendo è ottimo, funzionale e rapido: guarda l’immagine qui sotto e ti farai un’idea.

Applicazioni a tutto schermo: per il momento uso solo Mail e Safari (quest’ultimo con aperta la finestra dell’elenco delle pagine salvate da leggere più tardi – vedi alla voce «abbiamo copiato da Instapaper, sì, però l’abbiamo copiato poco così lui può continuare a fare i soldi e noi aggiungiamo una piccola funzionalità per sentirci più bravi») Safari in questa configurazione riempie giusto giusto e bene bene i 15 pollici del MB Pro:

Mail si gestisce bene: quando rispondi a una mail, questa diventa la cosa più importante sullo schermo in quel momento, e il resto si oscura (certo, devi utilizzare Mail a schermo pieno per notarlo):

(Anche Anteprima, usata a tutto schermo, diventa davvero carina.)

Il computer in generale sembra più reattivo, e il codice di Lion dev’essere ottimizzato davvero bene: perché ho recuperato un po’ più di 3GB quando l’ho installato.

Non sono sicuro:

Mail. La nuova interfaccia è a metà tra quella classica di Mail (vedi sotto Snow Leopard) e quella di Mail per iPad. Son sicuro che mi abituerò subito a Mail per iPad, se e quando ce l’avrò, proprio grazie a questa. Ma c’è qualcosa che non mi torna. Magari è solo da farci l’occhio.

Il fatto che la Libreria dell’utente sia stata nascosta: è comprensibile (Apple vuole impedirti di smanettare col computer, perché sa che per ogni smanettone vero ci sono cinquanta persone che hanno comprato il Mac e lo vogliono usare come un elettrodomestico, e farebbero solo casini), ed è facilmente risolvibile.

Non va bene:

Per il momento, l’unica cosa che stona un po’ è il comportamento di iTunes nell’economia delle scrivanie virtuali: passo da Mail a tutto schermo alla scrivania su cui si trova l’app di Twitter, e mi ritrovo iTunes. Passo alla scrivania virtuale su cui c’è il documento di Pages che contiene questo pezzo, e mi ritrovo iTunes. Se provo a spostarla di peso da qualche parte, iTunes fa il cazzo che vuole. Se utilizzo il classico Cmd+Tab per cambiare applicazioni al volo, e scelgo un’applicazione nella scrivania di iTunes, la finestra di iTunes compare sopra tutte le altre. Non è un grave problema: l’archivio sotto “rottura di cazzo non debilitante per la mia produttività”, anche se la quantità di bestemmie oggi è un po’ aumentata. (Ho risolto adesso, mentre scrivevo: ho fatto girare iTunes a tutto schermo, così sta confinata nella sua scrivania virtuale e non rompe più il cazzo.)

(A latere, e non c’entra con Apple: mi piace che Fastweb ci abbia messo solo un’oretta e mezzo a tirar giù 3.5 GB: a Mestre, con Telecom, ci avrei messo una mezza giornata almeno.)

pussa via

Posted by: on Jul 25, 2011 | No Comments

Leggo su Twitter la storia di @thomasmonopoly, che ha scritto un post piuttosto lungo per lamentarsi di Google. In soldoni: Google dice che Thomas ha violato il contratto di servizio per il suo account, e gliel’ha brasato. Tutto l’account: Gmail, GooglePlus, Picasa, Maps, Reader, Voice Messages, video, bookmarks del browser, i contatti della rubrica, calendari personali e di lavoro (pure quelli condivisi), i file di Google Documents, il suo sito, e chi più ne ha più ne metta. Thomas sostiene di non aver violato, in nessun punto, il contratto di servizio e anzi sfida Google a dimostrargli dove ha sbagliato. Google, dal canto suo, non s’è fatta sentire: decine di messaggi nei forum, visite agli uffici a Manhattan, qualche dipendente dell’azienda che per caso trova lo sfogo su Twitter e cerca di parlarne coi superiori: nessun risultato, nessuna spiegazione, niente di niente.

Do you really think I would knowingly do anything to jeopardize that much of my personal and professional information? And I am sure as the days continue I will realize other things that Google has destroyed in their unwarranted disabling of my account. I am only too angry right now to think straight and realize them all.

Rimbrotto da nonno: ok affidarsi totalmente a un’azienda che si reputa degna di fiducia (con Apple io lo farei, per dire), ma non avere neanche un backup su disco di queste robe è da folli. 4800 fotografie, perse. Sette anni di email, buttate al vento. Per dire, eh. (Arment se lo mangerebbe vivo.) E il fatto che Google possa chiudere senza spiegazioni questi servizi – e come loro tutti quelli che mettono a disposizione questi servizi – è scritto chiaro e tondo nel contratto cui tutti clicchiamo “sì, accetto i termini di servizio” (senza leggere, di solito).

Considerazione, breve e banale: sono cose che purtroppo posso succedere, quando ci si mette nelle mani di un’unica azienda (che tra l’altro fa i soldi sporcamente sulla pubblicità che mi devo sorbire). Sono cose per fortuna abbastanza rare, il classico “caso su un milione”: ma non vorrei mai ritrovarmi a essere quel caso – da qui la mia ‘paranoia’ e i diversi backup che faccio regolarmente.

(Però non credo che aver comprato il dominio per il sito, e spazio aggiuntivo per esso, lo qualifichino fino in fondo come “cliente pagante”, e di sicuro non per servizi gratuiti come Reader, Maps o altre robine simili.)

La storia sta girando un po’, su Twitter: speriamo che serva a restituire a Thomas quel che è suo.

meglio essere mona per colpa mia che per colpa degli altri

Posted by: on Jul 15, 2011 | 3 Comments

Oggi stavo un po’ smanettando con Gmail e mi è venuto in mente un vecchio articolo di Marco Arment (non il primo coglionazzo che passa: è uno dei creatori di Tumblr, ed è quello che s’è inventato Instapaper per iPhone e iPad). Il senso di questo articolo (ma anche di quest’altro) è riassumibile in questa riga alla fine del pezzo:

You must own any data that’s irreplaceable to you.

E ho capito che inconsciamente è il motivo per cui non ho mai utilizzato dei servizi per me fondamentali (come l’email) dal solo web, senza procurarmi una copia di backup sul computer, o simili. Perché se perdo il computer, mi si brucia l’hd, non ho fatto un backup recente, il mona sono io. Ma hai voglia a incazzarmi con Gmail se mi si perde la posta, o con altri servizi da solo web.

Since 2007, I’ve used FastMail, a paid IMAP host, for my @marco.org email addresses (with the $40/year “Enhanced” personal plan). Rather than using its (unsophisticated) web interface, I use Apple’s Mail app.

FastMail’s uptime has been incredibly good — I don’t remember the last time I saw any downtime, but I’m sure that the total downtime I’ve ever seen from them has been less than an hour. But if it ever starts to suck, it’s just IMAP, and I own the domain, so I can switch to any other IMAP host easily (or self-host it, which I don’t recommend, but it’s always an option).

All of my messages are downloaded by Mail and stored as files locally, so if a data-loss disaster were to happen at FastMail (which can happen to any service, even Google’s), I can recover my email from my personal backups.