là dove nessuno è mai giunto prima

Posted by: on Jan 3, 2013 | No Comments

Ogni tanto m’è capito di sentirmi chiedere, «Ma perché ti piace Star Trek?» La risposta è semplice e incasinata allo stesso tempo, e di solito non ci provo neanche: spesso chi me lo chiede è un fan di Star Wars e parte pieno di pregiudizi – gli stessi, opposti, che ho io verso la creatura di George Lucas, c’è da dire – quindi non ne vale la pena. Oggi ci provo, vediamo cosa viene fuori.

La base di Star Trek è una visione ottimistica del futuro: un futuro dove grazie alla collaborazione, all’intelligenza, alla repressione degli istinti più triviali che ci abitano, l’umanità avrà raggiunto e colonizzato le stelle, e vivrà in mezzo ad altre civiltà evolute. Prevede che ci sia un costante lavoro di miglioramento di noi stessi, e prevede che sia la parte migliore di noi a combattere, non la peggiore. Magari non vince: ma è lei che deve combattere. Niente prima o dopo Star Trek mi ha insegnato quello che so sul rispetto per gli altri, sulla necessità del dialogo e della comprensione. (In misura minore anche Battlestar Galactica, quella del 2004, ha questi temi.)

Nei primi anni ’90, quando mi sono innamorato dell’Enterprise, non c’erano modi di seguire la serie se non stando attenti alla programmazione isterica e bipolare di Italia1, e poi quando è arrivata Deep Space Nine anche la Rai ci ha dato dentro, a palinsesto irrazionale. Io ho avuto la fortuna di avere uno zio che per lavoro viaggiava molto, e un paio di videocassette dall’Inghilterra le ho recuperate tramite lui. A Venezia c’era la Solaris, il cui proprietario era un trekker sfegatato, e lì ho comprato lo Star Trek: The Next Generation Companion, che poi è diventato il mio riferimento personale per giudicare tutte le enciclopedie o i volumi monografici che ho tenuto in mano da lì in avanti.

A parte queste coincidenze, non è che ci fossero tante occasioni per sfogare la propria passione: fino a quando non incrociavi lo Star Trek Italian Club. Fondato nel 1982 da Alberto Lisiero e una manica di pazzi, si proponeva di fare quello che dovrebbe essere lo spirito di qualsiasi fan club: raccogliere gli appassionati, permettere loro di parlarsi e confrontarsi. Sentirsi parte di una comunità, sentire che le cose in cui credevi erano condivise e apprezzate da altri.

Non ho mai partecipato attivamente allo STIC, ma mi sentivo parte di quella gente lì: erano come me. Per un ragazzino di dodici, tredici anni o quanti ne avessi all’epoca, era tantissimo.

Ho saputo oggi che Alberto Lisiero, l’Ammiraglio dello STIC, è morto il 2 gennaio per un infarto. Non l’ho mai conosciuto, e saran quindici anni che non rinnovo l’iscrizione allo STIC, ma quando l’ho saputo ho pianto un po’ (lì nel grande open space dell’ufficio, cercando di non farmi vedere). Se sono come sono oggi, è anche perché ho avuto accesso a una pletora di materiale che mi interessava: sicuramente meno di quello che c’è oggi in giro, ma per l’epoca abbondante. Ed è per merito dell’Ammiraglio, che riuscì a farmi sentire meno solo.

Grazie.

fra corso del popolo e il west

Posted by: on Oct 9, 2012 | No Comments

All’una e mezzo in giro per Mestre non c’è troppa gente, e quando c’è non sai mai bene cosa aspettarti. Qualche settimana fa c’è stato un pestaggio che sembrava preso da quei film che le nonne ci dicevano di non guardare, che poi impari a tirare i cazzotti anziché rispondere, e a sputare alla gente anziché parlare: la cosa che mi ha colpito è che è successo grossomodo sotto casa di mia madre.

Mia madre, anni fa, trovò un bell’appartamento, palazzo di inizi ’900, che dà su un angolo di strada che da sempre, e per sempre, è centro: il centro di Mestre. A un passo, davvero, dalla piazza (Piazza Ferretto: è intitolata a un partigiano nato qui), a un altro passo da piazza Barche (piazza XXVII ottobre, che noi chiamiamo Piazza Barche perché non ci siamo mai dimenticati che c’erano le barche, e c’era l’acqua, ed eravamo più vicini a Venezia di quanto lo siamo mai stati in seguito). Centro che più centro non si può, insomma: e lo so che non ha poi troppo senso parlare di centro e periferia quando si parla di «una città che si attraversa in venti minuti da una parte a quell’altra»: però c’è poco da fare, dove sta mia madre è centro e fine.

Qualche settimana fa c’è stato un brutale pestaggio da parte di un gruppo di ragazzi. Roba che non pensavo, che non mi sarei mai aspettato dalla mia città. Perché siamo scemi, perché siamo abbonati all’approssimazione, perché siamo tante cose ma non avrei mai pensato che fossimo anche gente che può picchiare un signore di sessant’anni così, tanto perché ci salta la mosca al naso.

Così adesso ogni volta che penso a mia madre sola e sto a Milano (che non è certo l’Eden, ma ho trent’anni, e poi son maschio, e cristomadonna, stiamo parlando di mia madre), un po’ di tensione la sento, che mi scende per le gambe. Mi tremano le braccia, un poco. Non va bene.

La notte scorsa mi han fermato due, una coppia, mi hanno chiesto dov’era possibile mangiare qualcosa. A Mestre, il lunedì sera: che da sempre è il giorno in cui bar e pub son chiusi. Avevano una mezza intenzione di andare al bingo (auguri), giusto per mangiare un toast o qualcosa di simile, penso. Gli ho consigliato il kebab di Corso del Popolo: che quando ci vivevo ci andavo spesso e, cristo, è davvero buono. Loro erano simpatici e sorridevano, e mi son piaciuti.

Poi non so se hanno provato il kebab o sono andati al bingo, non so se son tornati a casa loro, poi (dall’accento sembravano di Chioggia o di lì vicino). Però mi è sembrata una cosa meravigliosa, un incontro di quelli che quando ti capitano poi stai bene. Non un momento da i bei tempi andati, che mia madre mi raccontava che prima che nascessi la situazione era talmente brutta che lasciava una banconota da 50mila lire sotto lo zerbino e un cartello sulla porta, «Prendete quella che altro non abbiamo», e non ho mai capito se era una storia dell’orrore oppure era vera, ma me la porto ancora dietro, e sticazzi ai bei tempi andati. Ma stanotte, be’, stanotte è stato un incontro talmente piccolo e insignificante e bello, che son contento di aver vissuto fino a oggi per averlo visto succedere davanti ai miei occhi, con me protagonista.

punti fermi

Posted by: on Jun 8, 2012 | 3 Comments

Se il rock è una religione, ieri a San Siro Bruce Springsteen ha dato dimostrazione che non esiste altro dio al di fuori di lui.

È in grado di darsi al pubblico in un modo che è solo suo: e noi a nostra volta ci uniamo e cantiamo per trasformare le paure cattive, le emozioni cattive, le storie cattive, per esplodere in una catarsi in cui tutte le cose brutte della nostra vita diventano la spinta per essere migliori, per continuare. Non succede tutti i giorni, e invece dovrebbe: ma per fortuna arriva lui e ce lo ricorda.

Grazie.

in realtà tutto quello che scriviamo lo scriviamo per noi stessi

Posted by: on Feb 14, 2012 | 3 Comments

Mi sembra assurdo che sia venuto tutto da sé, ma è così: mentre di là ho intrapreso un piccolo lavoro di selezione e condivisione di cose che mi paiono interessanti e meritevoli di selezione e condivisione (per lo più link, ma non solo), qui da settembre in avanti mi sono preso la libertà di fare dei discorsi un po’ più lunghi del solito. Non è stato premeditato, ma girano intorno alla morte di mio padre. Forse è una maniera complicata ed esibizionista di elaborazione del lutto, forse è solo che mi son sempre trovato meglio a scrivere certe cose, più che parlarne. Bella domanda: ma hai la libertà di saltare queste righe e questo sito, anche: magari ti diverte di più il Tumblr.

Stamattina sono incappato in questo splendido racconto di Dave Lucas pubblicato sul sito di Granta: si intitola That Father Lost e in più di un passaggio mi sono trovato con gli occhi lucidi, ad accarezzare il gatto che si era disteso lungo la scrivania mentre leggevo.

A pensarci bene, il gatto e certi libri che ho portato qui a Milano sono l’unica cosa tangibile che sia rimasta di mio padre, a parte me: In this world, Father, I am what is left of you. (No. A lie. A self-aggrandizement. So much more is left behind. And less). Ho cambiato città, vita, frequentazioni abituali. Le persone che incontro tutte le settimane non hanno mai conosciuto mio padre, non possono fare paragoni tra la mia faccia e la sua. Ci sono cose che ritrovo e mi ritrovo addosso, come dicevo a settembre, altre che invece andranno perse e non sono sicuro che non ci sia premeditazione, in questo volerle perdere.

Credo che il rapporto con mio padre sia stato piuttosto buono fino a qualche anno prima della sua morte: negli ultimi tempi era tutt’altra cosa dal rapporto stretto e condivisione di cose che lascia capire Lucas. Ma ci sono cose che sono uguali a qualsiasi esperienza, come queste: the words are all wrong, per esempio. Two quite men in suits covered him and carried him out of the house.

Si crea uno spartiacque che non si può colmare, tra chi ha visto e chi non c’è ancora passato: chi ha visto il cadavere di uno dei genitori, e chi no. (C’è uno spartiacque ancora più fondo, credo, tra quelli come me che i genitori li hanno avuti, e chi non li ha mai conosciuti: quello è un bel casino, ma non ho alcun elemento utile per poterne parlare.) È una cosa che ti prende all’improvviso, come fare l’amore per la prima volta: fino a un secondo prima fai parte di un grande gruppo di esseri umani e il secondo dopo fai parte del gruppo opposto, e cambia tutto per sempre. È una cosa che poi è molto difficile da spiegare a chi non ha fatto il salto tra i gruppi, anche se sei uno come me, che aveva qualche velleità da scrittore (raccontare le cose, la vita, eccetera). È la consapevolezza chiara e netta, come dice Lucas, di non essere più il figlio di qualcuno: I am no man’s son. L’hai avuto, un padre, e per certi versi ci sarà sempre. Ma non c’è più.

All’inizio dell’anno ho detto che ogni tanto mi prende l’idea di sedermi e scrivere una lettera a mio padre, raccontargli come stanno andando le cose, come sono cambiate, in cosa sono cambiate. Non penso che lo farò mai, perché non credo che di lui sia rimasto qualcosa di più di un mucchio di cenere in un loculo: così come non m’è mai venuto in mente di andare in cimitero di fronte alla sua piccola lapide, così non scriverò niente se non questi piccoli post. L’unica cosa che vorrei sapesse, e non saprà mai, è che anche nei momenti più brutti non è stato un cattivo padre (alla peggio: le cose si imparano anche per contrasto), e che mi sarebbe piaciuto poter parlare di più e meglio, e spiegare e farmi spiegare tante cose. Forse il gioco cui dovrò giocare per il resto della mia vita è scendere a patti con questi pochi fatti: gli anni brutti della vita di una persona non possono essere salvati, se manca uno degli attori principali. Diventa un gioco in solitaria, duro da portare avanti.

This is no elegy for you or else where is your life in it? This cannot be for you; you do not need it. This is the elegy a hurt and selfish child writes for himself.

(Tutte le parti in inglese provengono dal racconto di Dave Lucas citato in apertura.)

pensierino della domenica (anche se è venerdì)

Posted by: on Nov 18, 2011 | No Comments

Roberto Vecchioni dice che sente la presenza di dio. Buon per lui: ma non mi toglierà il gusto di ascoltare (sue) canzoni come La stazione di Zima, e cantare con lui:

perché vedi, l’importante non è che tu ci sia o non ci sia:
l’importante è la mia vita finché sarà la mia:
con te, Signore è tutto così grande, così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me

Io spero di non arrivare mai ad avere bisogno di dio nella mia vita, perché lo vedrei come un immiserimento della mia condizione umana. Siamo vivi e poi crepiamo, fine: dobbiamo fare dei giorni che abbiamo la cosa migliore che possiamo con le capacità che ci siamo costruiti nel tempo, e non rompere il cazzo con consolazioni nella vita eterna, abbracci divini e presenze metafisiche. La metafisica subentra per quello che facciamo in vita: se l’abbiamo sprecata, se l’abbiamo fatta fruttare, sta solo a noi. Tu, io e quelli come noi. Sennò è facile.