Come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi

Posted by: on Jul 15, 2014 | No Comments

Ogni tanto mi ricordo anche di avere un blog: è da parecchio che non scrivo niente, e ci sono un paio di motivi almeno. Il primo è che parlo davanti a un microfono tutte le settimane, più o meno, e più volte alla settimana, più o meno. Posso ‘sfogarmi’ o comunque esprimermi in maniera molto più diretta e costante. Questa cosa qui che si chiama Grandi speranze e che è fatta da lettere inutili da sotto la pioggia non va in pensione, eh: solo, al momento non so bene che farne.

La seconda ragione è che in questo momento specifico della mia vita, in questi mesi qui, mi sento molto come in questa canzone di Gaber.

Insomma, si vedrà.

9 gennaio, 2008

Posted by: on Jan 9, 2014 | No Comments

Quest’anno cambio canzone. Mi gira così.

e son 31

Posted by: on Jun 18, 2013 | No Comments

È successo che è passato il mio compleanno e avevo di meglio da fare che scrivere qualcosa qui. Spiace, la vita va così.

Poi, per ricordare a tutti come gira da queste parti ho scelto questa canzone. Ciao, eh.

For the ones who had a notion, a notion deep inside
That ain’t no sin to be glad you’re alive
Wanna find one face that ain’t lookin’ through me
Wanna find someplace, I wanna spit in the face of these badlands

Khorakhané, dal 2001 a oggi

Posted by: on Apr 23, 2013 | No Comments

Ti ricordi quando siamo andati via da Corso del popolo, che abbiamo fatto le valigie in tutta fretta e abbiamo fatto la strada in auto senza guardarci indietro, con la confezione di lettiera aperta e un paio di ciotole, e giusto un paio di scatolette per passare la notte in casa nuova? E quella sera mi sei stato addosso e mi hai riempito di fusa e nonostante tu avessi vissuto le ultime ore di vita di mio padre e fossi tu stesso bello scosso, eri lì a fare le fusa e consolare me.

Oggi non erano proprio fusa, quelle che emettevi, ché non avevi più forze. Eri stremato, mentre ti facevamo l’ecografia per capire che cosa potesse essere a farti stare così male, e sperare che ci fosse una ragione per questo crollo così improvviso. E quando abbiamo finito la visita e abbiamo rimesso il lettino nello studio, hai voltato – lentamente – la testa verso di me, e mi hai guardato. Non so quanto fossi cosciente, ma voglio pensare che tu mi abbia cercato, almeno un’ultima volta. Poi hai girato ancora la testa e ti sei rimesso disteso. La flebo non è servita.

La vecchiaia serve, credo, ad abituare all’idea del distacco: che è inevitabile, è giusto, è naturale: ma serve, appunto, la vecchiaia, perché si chiudano i conti, si chiudano le porte, e si aspetti con serenità. Noi abbiamo avuto una settimana, e anche se abbiamo fatto in tempo a dirci quello che dovevamo dirci (tu con le fusa e i tuoi sguardi secchi, io a modo mio, confusionario), è solo una settimana e non credo riuscirò mai ad abituarmi.

Il cuore rallenta, la testa cammina: a forza di essere vento.

12 luglio 1940 – 9 gennaio 2008

Posted by: on Jan 9, 2013 | No Comments

Con oggi sono cinque anni che è morto mio padre e conto i giorni, come sempre.