Khorakhané, dal 2001 a oggi
Ti ricordi quando siamo andati via da Corso del popolo, che abbiamo fatto le valigie in tutta fretta e abbiamo fatto la strada in auto senza guardarci indietro, con la confezione di lettiera aperta e un paio di ciotole, e giusto un paio di scatolette per passare la notte in casa nuova? E quella sera mi sei stato addosso e mi hai riempito di fusa e nonostante tu avessi vissuto le ultime ore di vita di mio padre e fossi tu stesso bello scosso, eri lì a fare le fusa e consolare me.
Oggi non erano proprio fusa, quelle che emettevi, ché non avevi più forze. Eri stremato, mentre ti facevamo l’ecografia per capire che cosa potesse essere a farti stare così male, e sperare che ci fosse una ragione per questo crollo così improvviso. E quando abbiamo finito la visita e abbiamo rimesso il lettino nello studio, hai voltato – lentamente – la testa verso di me, e mi hai guardato. Non so quanto fossi cosciente, ma voglio pensare che tu mi abbia cercato, almeno un’ultima volta. Poi hai girato ancora la testa e ti sei rimesso disteso. La flebo non è servita.
La vecchiaia serve, credo, ad abituare all’idea del distacco: che è inevitabile, è giusto, è naturale: ma serve, appunto, la vecchiaia, perché si chiudano i conti, si chiudano le porte, e si aspetti con serenità. Noi abbiamo avuto una settimana, e anche se abbiamo fatto in tempo a dirci quello che dovevamo dirci (tu con le fusa e i tuoi sguardi secchi, io a modo mio, confusionario), è solo una settimana e non credo riuscirò mai ad abituarmi.
Il cuore rallenta, la testa cammina: a forza di essere vento.
12 luglio 1940 – 9 gennaio 2008
Con oggi sono cinque anni che è morto mio padre e conto i giorni, come sempre.
grazie
Tanto lo so che prima o poi la leggi, questa.
Volevo ringraziarti, perché mi hai fatto aprire gli occhi. E da quel giorno lì cerco di essere una persona migliore di quella che ero. Non è facile perdonare sé stessi, né addormentarsi bene quando viene la sera. Ma ci sto provando, a essere migliore: lo devo a me e a tutti quelli che son rimasti. Addormentarmi senza pensare alle tue ultime parole, quelle che fanno più male: quello non mi viene mica. Forse un giorno, chissà.
Intanto è scesa la neve, qui a Milano, e vorrei parlartene: che il bianco cancella ogni cosa e sarebbe bello fosse così per tutto.
and I / believe / in the promised land
Oggi faccio 30 anni. Che non son tanti, ma a guardarli dall’inizio delle scale – potendoci tornare, all’inizio di quelle scale – fanno un poco impressione. Non dico che pensassi che non ci sarei mai arrivato: è che non ci pensi e poi a un certo momento guardi il calendario, è maggio e fa appena appena caldo: ti rendi conto e dici, «ah cazzo».
Non farò un elenco delle cose che sono migliorate o cambiate dall’anno scorso, come spesso succede a ogni ricorrenza. Ho fatto i miei soliti sbagli, ne ho fatti di nuovi e qualche vecchia cazzata non l’ho ripetuta: ma tanto è una ruota che gira, serve a poco farsi la lista delle cose che sì e quella delle cose che no. Ho incontrato tanta gente nuova, e con qualche persona ho stretto legami molto forti. Ho ripreso (saltuariamente) a suonare. Ho iniziato una parte nuova di inutile, con un podcast che mi piace tanto e, a quelli che l’ascoltano, piace altrettanto. Stiamo a vedere cosa succede domani, ché non lo so: una cara amica dice che lunedì entra non so che pianeta nel mio segno: sai mai che l’astrologia è la soluzione giusta.
Per uno come me, cresciuto con Guccini, il tempo che passa è un argomento delicato. Da un lato vincola tante cose – come guardi il mondo, come guardi te stesso, come guardi gli errori tuoi e degli altri – da un altro lato vorresti non pensarci. C’è un’altra cosa che però ossessiona quelli cresciuti con Guccini, come me: la potremmo chiamare “coerenza”. E allora un poco poco – appena – son fiero che di aver fatto grossomodo sempre gli stessi errori, in questi trent’anni. Son contento di non aver saltato il fosso: che magari sono cinico, come la mia sorellastra d’affetto dice, ma non smetto di guardare avanti. Mi sveglio la mattina e ho voglia di cantare, sempre, non c’è niente che mi abbia vinto e mi abbia convinto a svegliarmi incazzato col mondo ogni giorno. (La Dolcissima mi sopporta a fatica, per questo…)
Per cui sì, si arriva ai trenta e si sa che c’è ancora un monte di strada da fare, e il tempo per farla si riduce di un poco ogni giorno, ma a quelli che ho conosciuto e che mi dicevano, saccenti, «Un giorno capirai», «Ti passerà prima o poi», ecco, a questi codardi senza cuore, e a quelli che le cose se le ritrovano pronte in mano senza fare niente: andate a fare in culo, stronzi, ché sono ancora qui alla faccia vostra.
Gonna be a twister to blow everything down
That ain’t got the faith to stand its ground
Blow away the dreams that tear you apart
Blow away the dreams that break your heart
Blow away the lies that leave you nothing but lost and brokenhearted
28 aprile
Another six months I’ll be unknown
No.
˜
Oggi sono dodici anni. Ciao Ric.
(Che se avessi aspettato solo un poco, i better days non li avrebbero portati solo i sedici anni. Che nessuno li aveva più, sedici anni, e nessuno mai più li avrebbe avuti.)