un altro bit nella polvere

Posted by: on Mar 11, 2013 | No Comments

{ripubblico qui, a casa mia, un pezzo che è uscito, con piccole modifiche, sul #51 di inutile}

Figurati se non finiva anche su inutile il tema più caldo dell’anno. E mi ci tuffo, proprio: il dibattito ebook vs carta mi interessa perché mette in luce meccanismi assurdi e ridicoli, coi quali mi diletto molto. Scoperchia paure che hanno a che fare solo tangenzialmente con i libri in sé e più con la paura che abbiamo di invecchiare: diventare obsoleti.

Tanto per mettere in chiaro una cosa, prima che iniziate a leggere questo pezzo sbilenco che svolazza sommariamente sopra argomenti differenti e contigui: a me interessano i contenuti, il contenitore solo fino a un certo punto. Esempio pratico, per capirci: nessuno ha mai obbligato qualcuno a leggere solo in digitale anziché su carta. Lo ripeto: nessuno. Se trovate qualcuno che ve lo dice, che vi dice «no, molla ‘sto composto in cellulosa e buttati su questo schermo d’inchiostro elettronico che è migliore, più giusto, più figo, più tutto in assoluto»: eliminate quella persona dalla vostra vita, subito.

La difesa del vecchio ha spesso più a che fare con le nostre abitudini, più con la nostra mortalità, e meno con una questione di qualità o convenienza. La cosa divertente è che è come la marea, inevitabile e ciclica, e ci sarà sempre qualcuno più giovane di noi: sembra banale dirlo, ma è necessario, ché nell’infinito dibattito a favore dei libri stampati o degli ebook ho letto delle cose allucinanti, e per lo più provenivano da chi tifa la carta, e vorrei capire quali sono i motivi. Non mi pare che all’avvento degli mp3 ci fosse un clima così diffuso di assalto al palazzo dei nobili da parte del popolo inferocito. C’erano già le mani tra i capelli per la pirateria digitale, e c’erano quelli che difendevano i cd perché (pare strano, oggi) avevano una qualità decisamente superiore ai file. Alla nascita dell’iTunes Store e del boom delle playlist-fatte-in-casa si parlò della disgregazione dell’album e della perdita della sacralità autoriale del musicista: se però di un disco si salvano due canzoni su dieci, be’: comprerò quelle due canzoni, fine. Però si scrivono titoli compiaciuti se Bradbury dice che preferirebbe essere scuoiato piuttosto che vedere i suoi titoli in edizione digitale, tanto per dirne uno. È malato il mercato, è malato chi vuole leggersi Fahrenheit 451 sul Kindle, o è malato chi pretende che uno nato nel 1920 possa comprendere e vivere servizi e prodotti come Spotify, Netflix, Dropbox o il Nook come potrebbero farlo quelli dai 40 anni in giù? Io propendo per la terza ipotesi. Non che un anziano non possa capire le cose moderne, sia chiaro: quando ho spiegato a mia nonna che internet è come la vita normale (ci sono gli stronzi e ci sono le persone in gamba: grossomodo questo le ho detto), lei mi ha capito, anche se spiegarle esattamente come fa a viaggiare un’email è una cosa che non mi è mai riuscita. Mia nonna ha quasi 100 anni.

Compro i dischi su iTunes dal 2007, e probabilmente lei non lo capirebbe: non ho più comprato un cd che non fosse di Springsteen, di Guccini o dei Perturbazióne. Ho iniziato perché era comodo cliccare “compra” anziché uscire di casa e cercare qualcosa in un negozio di Mestre, col rischio che non ci fosse; e perché 10€ per un disco, per quanto inesistente dal punto di vista materiale, mi sembra un prezzo equo, molto più che i 18,90€ (prezzo medio di un cd all’epoca). In più c’è anche una questione di spazio: dove li metto, io, tutti quei cd? Tutti quei libri? Qualche anno fa ho traslocato, da Mestre a Mestre: e non voglio più dover spostare 4mila libri, mai più. Per gli ebook il discorso è lo stesso, solo che sono più tignoso e i lettori a inchiostro elettronico che ci sono in giro mi fanno venire il latte alle ginocchia per dei font pessimi, o meglio: la resa dei caratteri tipografici mi pare pessima. (Sì, leggo sull’iPad. Sì, è retroilluminato, sì, è uno schermo lucido, sì, mi ci trovo molto bene. Grazie.)

È come se il campo della disputa si fosse spostato: non è più una questione di qualità («ehi, con gli mp3 ascolti merda» – e prima che ci fossero file a più di 256kbps era anche vero), sta diventando una lotta per l’essenza delle cose. In un parallelismo piuttosto tipico è quello che accadde cinquecento e rotti anni fa, quando si passò dal codice e dalle pagine fatte a mano al libro stampato. Marsilio ha pubblicato un bel librino a cura di Franco Pierno, che si chiama Stampa Meretrix: scritti quattrocenteschi contro la stampa, in cui vengono raccolte molte critiche dell’epoca. Si contestava il fatto che i libri venissero venduti come frutta al mercato, in grandi ceste da carbone, con le copertine fatte apposta per irretire la gente perché li comprasse e si lasciasse traviare. Traviare: c’era chi riteneva i libri a stampa «intimamente corrotti e corruttori», perché oggetti riproducibili in serie, quasi industriali: toglievano l’aspetto sacrale della trasmissione del sapere.

Il fatto che nel ‘400 c’era chi pensava che il libro avrebbe distrutto il mondo della cultura mi ricorda tantissimo un inizio di anni 2000 in cui c’è chi teme che si cancelli la cultura con un click. Una volta un amico mi ha citato un articolo di Marco Belpoliti su Doppiozero, in cui sosteneva che con gli ebook ci rimane meno roba in testa: immagazziniamo di meno perché manca la tridimensionalità della pagina e del libro. È una ipotesi interessante e sarebbe davvero utile studiare meglio questo aspetto: anche se io credo, banalmente, che sarebbe utile confrontare le esperienze di Belpoliti e degli altri personaggi del pezzo con quello che vivono e ricordano i ragazzi che vanno a scuola oggi: anche loro non si ricordano niente di un’email, a meno che non sia stampata? Oppure è un problema nostro, di noi che stiamo a metà strada tra la carta e il microchip? Poi penso che sia soltanto l’applicazione a un campo specifico del cambiamento che stiamo vivendo in questi anni. Avete presente Baricco nei Barbari, quando dice che una volta la cultura e l’attenzione erano verticali (cerco di capire tutto e il più possibile di un argomento) mentre la “generazione Google” è più orizzontale (un po’ di tutto, rimanendo sempre in superficie)? Ecco. Qualcosa sta cambiando, e come spesso succede quando si cambia non ha proprio senso dire in meglio o in peggio, perché tanto non si può fermare. Per quel che mi riguarda, mi si sta riproponendo esattamente lo stesso circolo vizioso che ho vissuto per anni, coi libri veri: li compro più velocemente di quanto li possa leggere, e li accumulo. Accumulo bit e non scaffali, per carità: ma quando li leggerò?

farne 50

Posted by: on Jul 20, 2012 | No Comments

Il problema è che quando fai una cosa come inutile, mentre esci con un numero stai già pensando a come costruire quello successivo e accantoni pezzi e suggestioni per quello dopo ancora. Se poi, assieme alla rivista, dire inutile significa portare avanti anche un’associazione, di cui la rivista è un progetto (uno dei tanti, e probabilmente il più importante: come se potesse non essere in contraddizione, questa frase), mentre prepari un numero e accantoni per quelli dopo, segui anche quattro o cinque cose altre almeno. Roba da uscire di testa, ma è anche quello che ci ha permesso di fare un numero al mese per quattro anni, senza trascurare l’organizzazione del sito e quelle menate lì.

Così spero mi perdonerai se arrivo solo adesso, una settimana dopo, a dire che abbiamo fatto uscire il #50, che è un numero bellissimo e sicuramente il migliore che abbiamo fatto uscire finora. Raccoglie soltanto interviste, a gente che o ci ha ispirato direttamente oppure fa un mestiere che in qualche maniera sì, ci ha ispirato, oppure semplicemente, gente che ci andava di intervistare. Ci è costato diversi mesi di fatica e di organizzazione, e di mail e di telefonate e un poco di preoccupazioni. È uscito in un momento molto molto difficile, privatamente parlando, per uno di noi. Si porta dietro un po’ della nostra vita, perché sono cinque anni che facciamo inutile e ogni giorno è sempre come ricominciare da capo. Non pensavamo di esserci, oggi, cinque anni fa: abbiamo fatto un bel po’ di strada, ma ne vogliamo fare ancora. Ne riparliamo tra qualche anno, eh.

Il numero, se vuoi, lo compri qui. E se ti abboni ti arriveranno 4 numeri in un anno, e saranno tutti bellissimi.

di podcast, di cultura, di educazione

Posted by: on May 28, 2012 | No Comments

(dieci giorni fa, più o meno, ho scritto questa cosa per inutile: la ripubblico qui, ché comunque la sento molto molto mia e mi piace assai. Non c’è scritto, ma nulla di tutto questo sarebbe possibile senza Giulio D’Antona, nel quale ho trovato una sponda infallibile e ineguagliabile per queste cose folli. Tra l’altro, nei commenti è nata una bella discussione con Federico Di Vita.)

Il primo aprile, quasi fosse uno scherzo, abbiamo fatto partire un nostro nuovo progetto: si chiama La trasmissione, ed è un network di podcast. Per il momento è l’idea di un network, visto che ne stiamo producendo uno soltanto (si chiama Tourette): ma sono in arrivo altri due podcast.

A me i podcast piacciono tanto, e la radio no. Ho provato a ragionare e a capire perché quelli sì e questa no: l’unica costante è che i podcast che mi piacciono sono stranieri: sono abbonato a questi tutti i programmi dei pazzi di 5by5, per dire. Mica solo perché parlano di tecnologia e di Apple: perché parlano di tecnologia e di Apple senza trattare chi ascolta come un bambino da educare: parlano, e non annoiano. Alla radio italiana invece ho sempre recuperato tanta noia e tanta voglia di fare qualcos’altro, anche se nel periodo in cui Condor andava in onda andavo in ufficio contento, tutti i giorni.

Tra la narrativa “tanto a un chilo” e la narrativa fatta con forza c’è una bella differenza: a dei bambini non lo saprei spiegare tanto facilmente, perché coi bambini io non sono capace di fare niente: ma a un adulto forse ci riesco. E sì, si possono educare anche gli adulti: basta non trattarli da bambini. (In realtà, neanche i bambini li devi trattare da bambini: ma non c’entra, e ripeto: coi bambini non ci so fare.) Questo è lo scopo de La trasmissione: fare dei discorsi sulla cultura e quello che ci sta intorno senza annoiare, senza trattare nessuno da scemo, senza mettersi in cattedra. In Tourette si parla per lo più di narrativa ed editoria, e riviste, e il mondo sotterraneo delle cose piccole fatte col cuore, senza soldi, e lo facciamo senza annoiare, senza trattare nessuno da scemo, senza metterci in cattedra. La letteratura non dev’essere per forza salvifica, diciamo nel primo episodio di Tourette: be’, neanche la divulgazione culturale. Noi dobbiamo scatenarvi un interesse gigantesco e inarrestabile, offrendo tanti spunti interessanti (cercando, almeno): però poi quale strada percorrere è una decisione che spetta solo a voi. Se riusciremo a scatenarvi questa curiosità, saremo davvero contenti – e per una volta non ci sentiremo inutili.

(Tourette si registra il giovedì e si pubblica il venerdì: lo potete ascoltare attraverso iTunes, che scarica in automatico le nuove puntate e ve le propone con gentilezza.)

abbasso i parrucconi

Posted by: on Feb 7, 2012 | No Comments

Giuro che restare serio mentre quei due recitavano così non è stato per niente facile.

otto ottobre

Posted by: on Oct 3, 2011 | No Comments

C’è l’assemblea dei soci di INUTILE » associazione culturale. Un botto di cose:

si deve eleggere il nuovo Consiglio direttiov
si presentano i progetti per il futuro
si fa una breve disamina dell’anno passato
si può godere, dal vivo, delle nuove magliette e del nuovo formato

E poi ci sarà una sorpresa. Oh sì.