Khorakhané, dal 2001 a oggi
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Khorakhané, dal 2001 a oggi

Apr 23, 2013 | No Comments

Ti ricordi quando siamo andati via da Corso del popolo, che abbiamo fatto le valigie in tutta fretta e abbiamo fatto la strada in auto senza guardarci indietro, con la confezione di lettiera aperta e un paio di ciotole, e giusto un paio di scatolette per passare la notte in casa nuova? E quella sera mi sei stato addosso e mi hai riempito di fusa e nonostante tu avessi vissuto le ultime ore di vita di mio padre e fossi tu stesso bello scosso, eri lì a fare le fusa e consolare me.

Oggi non erano proprio fusa, quelle che emettevi, ché non avevi più forze. Eri stremato, mentre ti facevamo l’ecografia per capire che cosa potesse essere a farti stare così male, e sperare che ci fosse una ragione per questo crollo così improvviso. E quando abbiamo finito la visita e abbiamo rimesso il lettino nello studio, hai voltato – lentamente – la testa verso di me, e mi hai guardato. Non so quanto fossi cosciente, ma voglio pensare che tu mi abbia cercato, almeno un’ultima volta. Poi hai girato ancora la testa e ti sei rimesso disteso. La flebo non è servita.

La vecchiaia serve, credo, ad abituare all’idea del distacco: che è inevitabile, è giusto, è naturale: ma serve, appunto, la vecchiaia, perché si chiudano i conti, si chiudano le porte, e si aspetti con serenità. Noi abbiamo avuto una settimana, e anche se abbiamo fatto in tempo a dirci quello che dovevamo dirci (tu con le fusa e i tuoi sguardi secchi, io a modo mio, confusionario), è solo una settimana e non credo riuscirò mai ad abituarmi.

Il cuore rallenta, la testa cammina: a forza di essere vento.

un altro bit nella polvere

Mar 11, 2013 | No Comments

{ripubblico qui, a casa mia, un pezzo che è uscito, con piccole modifiche, sul #51 di inutile}

Figurati se non finiva anche su inutile il tema più caldo dell’anno. E mi ci tuffo, proprio: il dibattito ebook vs carta mi interessa perché mette in luce meccanismi assurdi e ridicoli, coi quali mi diletto molto. Scoperchia paure che hanno a che fare solo tangenzialmente con i libri in sé e più con la paura che abbiamo di invecchiare: diventare obsoleti.

Tanto per mettere in chiaro una cosa, prima che iniziate a leggere questo pezzo sbilenco che svolazza sommariamente sopra argomenti differenti e contigui: a me interessano i contenuti, il contenitore solo fino a un certo punto. Esempio pratico, per capirci: nessuno ha mai obbligato qualcuno a leggere solo in digitale anziché su carta. Lo ripeto: nessuno. Se trovate qualcuno che ve lo dice, che vi dice «no, molla ‘sto composto in cellulosa e buttati su questo schermo d’inchiostro elettronico che è migliore, più giusto, più figo, più tutto in assoluto»: eliminate quella persona dalla vostra vita, subito.

La difesa del vecchio ha spesso più a che fare con le nostre abitudini, più con la nostra mortalità, e meno con una questione di qualità o convenienza. La cosa divertente è che è come la marea, inevitabile e ciclica, e ci sarà sempre qualcuno più giovane di noi: sembra banale dirlo, ma è necessario, ché nell’infinito dibattito a favore dei libri stampati o degli ebook ho letto delle cose allucinanti, e per lo più provenivano da chi tifa la carta, e vorrei capire quali sono i motivi. Non mi pare che all’avvento degli mp3 ci fosse un clima così diffuso di assalto al palazzo dei nobili da parte del popolo inferocito. C’erano già le mani tra i capelli per la pirateria digitale, e c’erano quelli che difendevano i cd perché (pare strano, oggi) avevano una qualità decisamente superiore ai file. Alla nascita dell’iTunes Store e del boom delle playlist-fatte-in-casa si parlò della disgregazione dell’album e della perdita della sacralità autoriale del musicista: se però di un disco si salvano due canzoni su dieci, be’: comprerò quelle due canzoni, fine. Però si scrivono titoli compiaciuti se Bradbury dice che preferirebbe essere scuoiato piuttosto che vedere i suoi titoli in edizione digitale, tanto per dirne uno. È malato il mercato, è malato chi vuole leggersi Fahrenheit 451 sul Kindle, o è malato chi pretende che uno nato nel 1920 possa comprendere e vivere servizi e prodotti come Spotify, Netflix, Dropbox o il Nook come potrebbero farlo quelli dai 40 anni in giù? Io propendo per la terza ipotesi. Non che un anziano non possa capire le cose moderne, sia chiaro: quando ho spiegato a mia nonna che internet è come la vita normale (ci sono gli stronzi e ci sono le persone in gamba: grossomodo questo le ho detto), lei mi ha capito, anche se spiegarle esattamente come fa a viaggiare un’email è una cosa che non mi è mai riuscita. Mia nonna ha quasi 100 anni.

Compro i dischi su iTunes dal 2007, e probabilmente lei non lo capirebbe: non ho più comprato un cd che non fosse di Springsteen, di Guccini o dei Perturbazióne. Ho iniziato perché era comodo cliccare “compra” anziché uscire di casa e cercare qualcosa in un negozio di Mestre, col rischio che non ci fosse; e perché 10€ per un disco, per quanto inesistente dal punto di vista materiale, mi sembra un prezzo equo, molto più che i 18,90€ (prezzo medio di un cd all’epoca). In più c’è anche una questione di spazio: dove li metto, io, tutti quei cd? Tutti quei libri? Qualche anno fa ho traslocato, da Mestre a Mestre: e non voglio più dover spostare 4mila libri, mai più. Per gli ebook il discorso è lo stesso, solo che sono più tignoso e i lettori a inchiostro elettronico che ci sono in giro mi fanno venire il latte alle ginocchia per dei font pessimi, o meglio: la resa dei caratteri tipografici mi pare pessima. (Sì, leggo sull’iPad. Sì, è retroilluminato, sì, è uno schermo lucido, sì, mi ci trovo molto bene. Grazie.)

È come se il campo della disputa si fosse spostato: non è più una questione di qualità («ehi, con gli mp3 ascolti merda» – e prima che ci fossero file a più di 256kbps era anche vero), sta diventando una lotta per l’essenza delle cose. In un parallelismo piuttosto tipico è quello che accadde cinquecento e rotti anni fa, quando si passò dal codice e dalle pagine fatte a mano al libro stampato. Marsilio ha pubblicato un bel librino a cura di Franco Pierno, che si chiama Stampa Meretrix: scritti quattrocenteschi contro la stampa, in cui vengono raccolte molte critiche dell’epoca. Si contestava il fatto che i libri venissero venduti come frutta al mercato, in grandi ceste da carbone, con le copertine fatte apposta per irretire la gente perché li comprasse e si lasciasse traviare. Traviare: c’era chi riteneva i libri a stampa «intimamente corrotti e corruttori», perché oggetti riproducibili in serie, quasi industriali: toglievano l’aspetto sacrale della trasmissione del sapere.

Il fatto che nel ‘400 c’era chi pensava che il libro avrebbe distrutto il mondo della cultura mi ricorda tantissimo un inizio di anni 2000 in cui c’è chi teme che si cancelli la cultura con un click. Una volta un amico mi ha citato un articolo di Marco Belpoliti su Doppiozero, in cui sosteneva che con gli ebook ci rimane meno roba in testa: immagazziniamo di meno perché manca la tridimensionalità della pagina e del libro. È una ipotesi interessante e sarebbe davvero utile studiare meglio questo aspetto: anche se io credo, banalmente, che sarebbe utile confrontare le esperienze di Belpoliti e degli altri personaggi del pezzo con quello che vivono e ricordano i ragazzi che vanno a scuola oggi: anche loro non si ricordano niente di un’email, a meno che non sia stampata? Oppure è un problema nostro, di noi che stiamo a metà strada tra la carta e il microchip? Poi penso che sia soltanto l’applicazione a un campo specifico del cambiamento che stiamo vivendo in questi anni. Avete presente Baricco nei Barbari, quando dice che una volta la cultura e l’attenzione erano verticali (cerco di capire tutto e il più possibile di un argomento) mentre la “generazione Google” è più orizzontale (un po’ di tutto, rimanendo sempre in superficie)? Ecco. Qualcosa sta cambiando, e come spesso succede quando si cambia non ha proprio senso dire in meglio o in peggio, perché tanto non si può fermare. Per quel che mi riguarda, mi si sta riproponendo esattamente lo stesso circolo vizioso che ho vissuto per anni, coi libri veri: li compro più velocemente di quanto li possa leggere, e li accumulo. Accumulo bit e non scaffali, per carità: ma quando li leggerò?

In ms

12 luglio 1940 – 9 gennaio 2008

Jan 9, 2013 | No Comments

Con oggi sono cinque anni che è morto mio padre e conto i giorni, come sempre.

là dove nessuno è mai giunto prima

Jan 3, 2013 | No Comments

Ogni tanto m’è capito di sentirmi chiedere, «Ma perché ti piace Star Trek?» La risposta è semplice e incasinata allo stesso tempo, e di solito non ci provo neanche: spesso chi me lo chiede è un fan di Star Wars e parte pieno di pregiudizi – gli stessi, opposti, che ho io verso la creatura di George Lucas, c’è da dire – quindi non ne vale la pena. Oggi ci provo, vediamo cosa viene fuori.

La base di Star Trek è una visione ottimistica del futuro: un futuro dove grazie alla collaborazione, all’intelligenza, alla repressione degli istinti più triviali che ci abitano, l’umanità avrà raggiunto e colonizzato le stelle, e vivrà in mezzo ad altre civiltà evolute. Prevede che ci sia un costante lavoro di miglioramento di noi stessi, e prevede che sia la parte migliore di noi a combattere, non la peggiore. Magari non vince: ma è lei che deve combattere. Niente prima o dopo Star Trek mi ha insegnato quello che so sul rispetto per gli altri, sulla necessità del dialogo e della comprensione. (In misura minore anche Battlestar Galactica, quella del 2004, ha questi temi.)

Nei primi anni ’90, quando mi sono innamorato dell’Enterprise, non c’erano modi di seguire la serie se non stando attenti alla programmazione isterica e bipolare di Italia1, e poi quando è arrivata Deep Space Nine anche la Rai ci ha dato dentro, a palinsesto irrazionale. Io ho avuto la fortuna di avere uno zio che per lavoro viaggiava molto, e un paio di videocassette dall’Inghilterra le ho recuperate tramite lui. A Venezia c’era la Solaris, il cui proprietario era un trekker sfegatato, e lì ho comprato lo Star Trek: The Next Generation Companion, che poi è diventato il mio riferimento personale per giudicare tutte le enciclopedie o i volumi monografici che ho tenuto in mano da lì in avanti.

A parte queste coincidenze, non è che ci fossero tante occasioni per sfogare la propria passione: fino a quando non incrociavi lo Star Trek Italian Club. Fondato nel 1982 da Alberto Lisiero e una manica di pazzi, si proponeva di fare quello che dovrebbe essere lo spirito di qualsiasi fan club: raccogliere gli appassionati, permettere loro di parlarsi e confrontarsi. Sentirsi parte di una comunità, sentire che le cose in cui credevi erano condivise e apprezzate da altri.

Non ho mai partecipato attivamente allo STIC, ma mi sentivo parte di quella gente lì: erano come me. Per un ragazzino di dodici, tredici anni o quanti ne avessi all’epoca, era tantissimo.

Ho saputo oggi che Alberto Lisiero, l’Ammiraglio dello STIC, è morto il 2 gennaio per un infarto. Non l’ho mai conosciuto, e saran quindici anni che non rinnovo l’iscrizione allo STIC, ma quando l’ho saputo ho pianto un po’ (lì nel grande open space dell’ufficio, cercando di non farmi vedere). Se sono come sono oggi, è anche perché ho avuto accesso a una pletora di materiale che mi interessava: sicuramente meno di quello che c’è oggi in giro, ma per l’epoca abbondante. Ed è per merito dell’Ammiraglio, che riuscì a farmi sentire meno solo.

Grazie.

In ms

grazie

Dec 8, 2012 | No Comments

Tanto lo so che prima o poi la leggi, questa.

Volevo ringraziarti, perché mi hai fatto aprire gli occhi. E da quel giorno lì cerco di essere una persona migliore di quella che ero. Non è facile perdonare sé stessi, né addormentarsi bene quando viene la sera. Ma ci sto provando, a essere migliore: lo devo a me e a tutti quelli che son rimasti. Addormentarmi senza pensare alle tue ultime parole, quelle che fanno più male: quello non mi viene mica. Forse un giorno, chissà.

Intanto è scesa la neve, qui a Milano, e vorrei parlartene: che il bianco cancella ogni cosa e sarebbe bello fosse così per tutto.