grandi speranze

Matteo Scandolin

Matteo Scandolin Faccio una rivista e un po' di podcast. La rivista è _inutile_, i podcast li trovi da Querty. Vengo da Venezia e voglio rimanere a Milano.

niente guerra termonucleare globale, eh

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Il problema con alcuni dispositivi "intelligenti" è che sono sempre all'erta, pronti a recepire quello che dici per poter eseguire un eventuale ordine. Ordine che potresti anche non aver mai voluto dare. Per esempio: Amazon Echo, il dispositivo per la casa di Amazon, equipaggiato con Alexa, uno dei migliori assistenti vocali sul mercato, è sempre pronto ad ascoltare. Se sente «Alexa» in una frase scatta e fa quello che chiedi. Ma se non sei tu a pronunciare quella frase all'apparecchio non interessa: l'importante è che la frase abbia «Alexa, fai qualcosa». (Sì, rischia di diventare un incubo: c'è poi tutta una questione di privacy che non sto a sollevare.)

A San Diego un presentatore ha detto «I love the little girl, saying ‘Alexa ordered me a dollhouse’». Nelle case degli spettatori del programma, nelle case in cui c'era un Amazon Echo, Alexa ha recepito il comando e preparato l'ordine. (Non sono un esperto in materia, non so fino a che punto Alexa sia indipendente: è collegata al tuo account Amazon, alla tua carta di credito e può sicuramente preparare un ordine, non so se può anche confermarlo.)

Abituarsi a questo mondo non è facile, perché da un lato la comodità di parlare con gli oggetti della propria casa è per me indubbia, dall'altro c'è il rischio di intrusione: Alexa dovrebbe saper riconoscere la nostra voce, ma se fossimo raffreddati? Se un giorno suonassimo diversi? E se non fossimo noi a dare il comando: se fosse la mia compagna a parlare all'apparecchio? E se invece fosse un ladro? Amazon, Apple, Google: è compito loro risolvere questi problemi, e hanno delle belle responsabilità da qui in avanti.

E però Jason Snell lo dice perfettamente: se fai un lavoro come il presentatore (o, nel nostro caso, il podcaster) non puoi non pensare a queste possibilità. Rientra nelle cose cui devi stare attento, evitare che la casa dei tuoi ascoltatori non faccia scoppiare una guerra termonucleare globale. «Non importa se questa tecnologia è sviluppata male: quello che importa è che quello che dici può influenzare malamente la tecnologia del tuo pubblico, e stare attenti a non attivarla è dimostrare al tuo pubblico attenzione e rispetto. Ignorare queste cose perché (davvero) è colpa di Apple, Amazon, Google o Microsoft (o peggio ancora, dell'utente che ha configurato in quella maniera quel prodotto) è una mancanza di rispetto, scortese, arrogante.»

Update: I heard from a few people on Twitter who think that broadcasters shouldn’t modify the way they speak out of fear of activating badly voice technology. Those people have a deep misunderstanding of the responsibility any communicator has with his or her audience. It doesn’t matter if the tech is badly implemented—what matters is that something you say can mess up the technology of people in your audience, and to take care to not trigger that technology is to show your audience care and respect. To blithely ignore it because it’s really the fault of Apple or Amazon or Google or Microsoft (or worse, the fault of the user for having the tech configured that way) is disrespectful, rude, and arrogant.

non ci posso credere che l'han fatto per gioco

 •  Filed under dr. horrible sing-along blog, joss whedon

Oggi - dopo tanto tempo - ho rivisto il Dr. Horrible' Sing-along Blog, di cui ascolto spesso la colonna sonora ma non vedo con la stessa frequenza. È su YouTube da sempre, perché chi l'ha fatto ha voluto così. Chi l'ha fatto è Joss Whedon, quello di Buffy. Era il periodo dello sciopero degli sceneggiatori, non aveva niente da fare, ha chiamato un po' di amici e i suoi fratelli e parenti stretti, si son divertiti molto, ci ha messo un bel po' di soldi di tasca sua (per pagare i tecnici, per lo più) e quello che è venuto fuori è una delle cose più belle che girino per internet. L'ho riguardato oggi: assieme a Mad Max: Fury Road, è il film perfetto per natale.

E niente, questa è la canzone che mi piace più di tutte. Ma le altre viaggiano a dei livelli fantastici.

una gran bella corsa

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Walk Hard: La vera storia di Dewey Cox è un film che al mio fedele pard Aldo Fresia, che considero un critico cinematografico sopraffino, non piace. Invece a me fa ridere molto ogni volta che lo vedo, e trovo certi dettagli non solo divertenti ma anche toccanti (il rapporto coi genitori, per esempio, ma lì sono io che ho un punto debole grande come un grattacielo).

È un film su questo musicista immaginario, Dewey Cox, con il quale il film omaggia sessant'anni di musica pop e rock, da Bob Dylan a David Bowie, dai Beatles a Johnny Cash e molto altro ancora. È stato fatto un lavoro incredibile sulle musiche, perché sembrano prese davvero da ognuno dei periodi storici che il film attraversa. John C. Riley poi molto canta bene.

Nel finale, e scusami se non sei un tipo da spoiler, Dewey Cox canta col suo gruppo storico una ballatona in cui tira le somme della sua vita, che è una cosa molto adatta a un film. È una ballatona che ha senso se hai visto tutto il film, sennò ti scivola un po' addosso.

Però le cose comiche, quelle che su due piedi non penseresti siano chissà che profonde, sono i momenti migliori per tirarti una coltellata senza che te l'aspetti. (Non so se ricordi quella sensazione di nostalgia, di malinconia, che accompagnava tutto Tre uomini e una gamba.) E la canzone finale di Walk Hard è uno di quei momenti: si intitola A Beautiful Ride, e contiene delle piccole banalità, quelle cose che ogni tanto è il caso di ricordarsi.

'Cause when all is said and done When youth is spent and burned You'll see that it's all about
Music, flowers, babies
Sharing the good times
Traveling not just for business
Excepting your mortality
This is finally what I've learned
And then in the end
It's family and friends
Loving yourself
But not only yourself
It's about the good walk
And the hard walk
And the young girls you've made cry
It's about makin' a little music every day until you die

Sono di quelli cui fa bene sentirsele ripetere, queste cose, perché a volte mi passano in secondo piano.

una lezione

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Come molti, sono disgustato dal risultato elettorale statunitense. Non perché è stato eletto un idiota (non sarebbe la prima volta, né lì né tantomeno nel mondo); ma perché quell'idiota ha sdoganato pubblicamente un'etica ributtante e ora è il capo di una delle nazioni più importanti del mondo. E contrariamente a quello che pensano alcuni: è un problema che di rimbalzo tocca anche noi.

Ieri mattina leggevo le trascrizioni del discorso di Trump sul Post, e due frasi in particolare mi hanno colpito. La prima: «La nostra non è una campagna elettorale, ma un movimento di persone che vogliono un futuro migliore per sé e le proprie famiglie», dove quel per sé e le proprie famiglie mi sembra indicativo. Gente che pensa a sé stessa, e s'inculassero gli altri. Springsteen ha scritto We Take Care Of Our Own proprio pensando a questa gente - ed è incredibile come durante la presidenza Obama il significato di quella canzone sia cambiato per indicare inclusività.

La seconda: «Le persone dimenticate nel nostro paese, non saranno più dimenticate». Gente che si è sentita messa da parte dal sistema: anche se quel sistema ha esteso le coperture mediche a fasce di popolazione escluse da sempre: ma non erano loro stessi, erano gli altri.

Mentre sto cercando di capire che cosa si può fare per ricostruire, Faz ha scritto un pezzo notevole, che ti invito a leggere. Soprattutto se sei uno che si occupa di cultura in Italia, o in generale. Questo passaggio è la chiave di volta:

[È colpa anche nostra] che quando abbiamo la possibilità di fare discorsi inclusivi li imbellettiamo fino a renderli inaccessibili, elitari, autoreferenziali. Noi che parliamo di “loro”, come se fossero davvero diversi da noi, come se aver votato Trump (o a suo tempo Berlusconi) debba essere la stigmate di un'inferiorità antropologica irrecuperabile.
L'elettore medio americano si è visto trattare da subumano e ha votato un candidato effettivamente disumano, ma che a parole non lo considera feccia.

Queste le prime riflessioni, a caldo. Le bestemmie le ho già tirate.

Trump's Words Are Not 'Explicit Sex Talk'

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Trump ne ha fatta una talmente grossa (dieci e più anni fa, in realtà) che un sacco di notabili del Partito Repubblicano stanno finalmente prendendo seriamente le distanze da lui, come John McCain. L'Atlantic ha un pezzo molto interessante, che dice tra le altre cose:

The thing about the Republican’s words isn't that they’re explicit or graphic. It's that they're misogynistic, coercive, abusive, and dehumanizing. And as my colleague David Graham notes, illegal: The candidate is describing forcing himself on women, bragging that they’re disinclined to object because of a power structure on which he knowingly capitalizes.

Framing this as lewd, even extremely so, is a reminder of the frequent reluctance to name sexual assault. Explicit conversations are a different thing, a part of life central to mature sexuality. If Trump, Clinton, or any other candidate or human hadn’t had explicit, graphic, lewd conversations, that would be concerning. Trump’s comments are something else.

È un bell'articolo, lo puoi leggere per intero qui.

su Gene Wilder

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Tutti dobbiamo morire, e prima o poi moriremo tutti. Fa male quando è qualcuno che conosci, fa male pure quando a morire sono personaggi famosi i cui film o canzoni hanno accompagnato molti momenti della tua vita.

A fine agosto è morto Gene Wilder, che oltre ad aver realizzato un capolavoro assoluto della cultura umana come Frankenstein Junior assieme a Mel Brooks, e tantissime altre cose meravigliose, ha diretto e interpretato uno dei miei film preferiti di sempre, Il fratello più furbo di Sherlock Holmes, con Marty Feldman e Madeline Kahn (sì, gli stessi di Frankenstein Junior) e Dom DeLuise. È un film che ho visto e rivisto, che ho guardato da bambino e poi da adulto, e che mi ha divertito sempre.

Daniel Kottke ha linkato questo video di Raging Cinema, scrivendo:

Raging Cinema pays tribute to the late Gene Wilder and his use of the comedic pause. On Twitter, Edgar Wright, who knows a thing or two about funny, called for a moment of silence for Wilder:

A moment of silence for the master of the comedic pause. Gene Wilder: funny doing something & funny doing nothing.

I suoi sguardi stralunati, le use pause, i suoi gesti mi sono entrati dentro, e hanno costruito l'universo che mi fa ridere - e che spero di riuscire, almeno in minima parte, a riprodurre quando faccio una battuta. Un fuoriclasse assoluto, come si può vedere in questa clip in cui è andato ospite da Conan O'Brien.