grandi speranze

una gran bella corsa

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Walk Hard: La vera storia di Dewey Cox è un film che al mio fedele pard Aldo Fresia, che considero un critico cinematografico sopraffino, non piace. Invece a me fa ridere molto ogni volta che lo vedo, e trovo certi dettagli non solo divertenti ma anche toccanti (il rapporto coi genitori, per esempio, ma lì sono io che ho un punto debole grande come un grattacielo).

È un film su questo musicista immaginario, Dewey Cox, con il quale il film omaggia sessant'anni di musica pop e rock, da Bob Dylan a David Bowie, dai Beatles a Johnny Cash e molto altro ancora. È stato fatto un lavoro incredibile sulle musiche, perché sembrano prese davvero da ognuno dei periodi storici che il film attraversa. John C. Riley poi molto canta bene.

Nel finale, e scusami se non sei un tipo da spoiler, Dewey Cox canta col suo gruppo storico una ballatona in cui tira le somme della sua vita, che è una cosa molto adatta a un film. È una ballatona che ha senso se hai visto tutto il film, sennò ti scivola un po' addosso.

Però le cose comiche, quelle che su due piedi non penseresti siano chissà che profonde, sono i momenti migliori per tirarti una coltellata senza che te l'aspetti. (Non so se ricordi quella sensazione di nostalgia, di malinconia, che accompagnava tutto Tre uomini e una gamba.) E la canzone finale di Walk Hard è uno di quei momenti: si intitola A Beautiful Ride, e contiene delle piccole banalità, quelle cose che ogni tanto è il caso di ricordarsi.

'Cause when all is said and done When youth is spent and burned You'll see that it's all about
Music, flowers, babies
Sharing the good times
Traveling not just for business
Excepting your mortality
This is finally what I've learned
And then in the end
It's family and friends
Loving yourself
But not only yourself
It's about the good walk
And the hard walk
And the young girls you've made cry
It's about makin' a little music every day until you die

Sono di quelli cui fa bene sentirsele ripetere, queste cose, perché a volte mi passano in secondo piano.

una lezione

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Come molti, sono disgustato dal risultato elettorale statunitense. Non perché è stato eletto un idiota (non sarebbe la prima volta, né lì né tantomeno nel mondo); ma perché quell'idiota ha sdoganato pubblicamente un'etica ributtante e ora è il capo di una delle nazioni più importanti del mondo. E contrariamente a quello che pensano alcuni: è un problema che di rimbalzo tocca anche noi.

Ieri mattina leggevo le trascrizioni del discorso di Trump sul Post, e due frasi in particolare mi hanno colpito. La prima: «La nostra non è una campagna elettorale, ma un movimento di persone che vogliono un futuro migliore per sé e le proprie famiglie», dove quel per sé e le proprie famiglie mi sembra indicativo. Gente che pensa a sé stessa, e s'inculassero gli altri. Springsteen ha scritto We Take Care Of Our Own proprio pensando a questa gente - ed è incredibile come durante la presidenza Obama il significato di quella canzone sia cambiato per indicare inclusività.

La seconda: «Le persone dimenticate nel nostro paese, non saranno più dimenticate». Gente che si è sentita messa da parte dal sistema: anche se quel sistema ha esteso le coperture mediche a fasce di popolazione escluse da sempre: ma non erano loro stessi, erano gli altri.

Mentre sto cercando di capire che cosa si può fare per ricostruire, Faz ha scritto un pezzo notevole, che ti invito a leggere. Soprattutto se sei uno che si occupa di cultura in Italia, o in generale. Questo passaggio è la chiave di volta:

[È colpa anche nostra] che quando abbiamo la possibilità di fare discorsi inclusivi li imbellettiamo fino a renderli inaccessibili, elitari, autoreferenziali. Noi che parliamo di “loro”, come se fossero davvero diversi da noi, come se aver votato Trump (o a suo tempo Berlusconi) debba essere la stigmate di un'inferiorità antropologica irrecuperabile.
L'elettore medio americano si è visto trattare da subumano e ha votato un candidato effettivamente disumano, ma che a parole non lo considera feccia.

Queste le prime riflessioni, a caldo. Le bestemmie le ho già tirate.

Trump's Words Are Not 'Explicit Sex Talk'

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Trump ne ha fatta una talmente grossa (dieci e più anni fa, in realtà) che un sacco di notabili del Partito Repubblicano stanno finalmente prendendo seriamente le distanze da lui, come John McCain. L'Atlantic ha un pezzo molto interessante, che dice tra le altre cose:

The thing about the Republican’s words isn't that they’re explicit or graphic. It's that they're misogynistic, coercive, abusive, and dehumanizing. And as my colleague David Graham notes, illegal: The candidate is describing forcing himself on women, bragging that they’re disinclined to object because of a power structure on which he knowingly capitalizes.

Framing this as lewd, even extremely so, is a reminder of the frequent reluctance to name sexual assault. Explicit conversations are a different thing, a part of life central to mature sexuality. If Trump, Clinton, or any other candidate or human hadn’t had explicit, graphic, lewd conversations, that would be concerning. Trump’s comments are something else.

È un bell'articolo, lo puoi leggere per intero qui.

su Gene Wilder

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Tutti dobbiamo morire, e prima o poi moriremo tutti. Fa male quando è qualcuno che conosci, fa male pure quando a morire sono personaggi famosi i cui film o canzoni hanno accompagnato molti momenti della tua vita.

A fine agosto è morto Gene Wilder, che oltre ad aver realizzato un capolavoro assoluto della cultura umana come Frankenstein Junior assieme a Mel Brooks, e tantissime altre cose meravigliose, ha diretto e interpretato uno dei miei film preferiti di sempre, Il fratello più furbo di Sherlock Holmes, con Marty Feldman e Madeline Kahn (sì, gli stessi di Frankenstein Junior) e Dom DeLuise. È un film che ho visto e rivisto, che ho guardato da bambino e poi da adulto, e che mi ha divertito sempre.

Daniel Kottke ha linkato questo video di Raging Cinema, scrivendo:

Raging Cinema pays tribute to the late Gene Wilder and his use of the comedic pause. On Twitter, Edgar Wright, who knows a thing or two about funny, called for a moment of silence for Wilder:

A moment of silence for the master of the comedic pause. Gene Wilder: funny doing something & funny doing nothing.

I suoi sguardi stralunati, le use pause, i suoi gesti mi sono entrati dentro, e hanno costruito l'universo che mi fa ridere - e che spero di riuscire, almeno in minima parte, a riprodurre quando faccio una battuta. Un fuoriclasse assoluto, come si può vedere in questa clip in cui è andato ospite da Conan O'Brien.

Aaron Paul Fangirls All Over Stranger Things Star Millie Bobby Brown

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Spero tu abbia visto Stranger Things, una delle serie televisive di cui si è più parlato ultimamente. Parte come un gigantesco omaggio agli anni '80, poi per fortuna riesce a spostarsi dai binari che si era imposti e svettare molto in alto. In certi momenti è perfetta; in altri, molto meno, ma c'è un grande cuore da parte dei fratelli Duffer, i creatori, a compensare gli inciampi. Sono riusciti a fare un film di quasi otto ore, e a ottenere una piccola gemma.

Tra le persone cui è piaciuto tanto Stranger Things c'è anche Aaron Paul, il Jesse Pinkman di Breaking Bad (che è un'altra serie da vedere, assolutamente). Che per Elle ha intervistato la vera star dello show, la giovanissima Millie Bobby Brown, una ragazzina di dodici anni in grado di mangiarsi vivi tutti gli altri attori della serie, compresi quelli più navigati.

L'intervista è divertentissima; se hai visto Breaking Bad in lingua originale potresti quasi sentir pronunciare le domande con la cadenza di Jesse Pinkman. (O anche BoJack Horseman, dove lui interpreta uno dei personaggi principali.)

la ricerca del cretino

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Devo introdurre questo breve post dicendo che sono di parte, perché penso che Marianna sia bravissima. Le voglio un bene dell'anima anche se l'ho vista tre volte in vita mia. Fa parte di inutile da diversi anni (decisione presa dopo che Tamara mi disse che c'era «questa ragazza da tenere d'occhio che, oh, è bravissima»: e infatti).

Marianna ha scritto questo bellissimo post che condivido in pieno, di cui riporto parte del paragrafo centrale. Per il resto, qui.

Mi allontana soprattutto la ricerca del cretino che molti fanno in occasione di una morte o di una tragedia, ma a ben pensarci anche in occasione di cose belle o neutre tipo i concerti e i programmi alla televisione. Penso proprio che alcuni ci provino gusto a scovare quello che tuitta di non conoscere il morto, quello che dice la porcata durante il terremoto, quello che dice quanto siamo cretini in base a chi piangiamo durante le stragi, quello che non conosce la differenza tra è ed e, quelli delle scie chimiche e i fruttariani. [...] Non mi diverto a sembrare più intelligente di uno che mangia solo mele o che vota Salvini, sebbene è molto probabile che lo sia. Forse con l'età mi sono rammollita o magari la ricerca del cretino non è una cosa intelligente come potrebbe sembrare.