grandi speranze

la tipografia può salvare il mondo

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Personalmente amo molto la tipografia pur non essendo un esperto. Forse non sono neanche quello che si può considerare un amatore: so riconoscere con il 95% di accuratezza se hai usato Helvetica oppure Arial, e la prima cosa - la prima! - che guardo di un sito, un libro, un cartello o qualsiasi cosa stampato o visualizzato è che font hai usato per scrivere quello che dovevi scrivere. Ma a parte questo, mi sfuggono un sacco di sottigliezze.

Però so riconoscere un'idea sbagliata e chi ha preparato le schede per le categorie degli Oscar, quest'anno, ha avuto un'idea sbagliata. Benjamin Bannister ha provato a metterci una pezza . (Sì, probabilmente ci sono decine di articoli in giro che analizzano le scelte tipografiche dell'Academy, ma questo mi è parso uno dei più equilibrati e vivi che ho trovato.)

As a creator, the importance of typography is an absolute skill to know, and people — not just designers, should consider learning it. Typography can be immensely helpful when writing a resume that’s well-structured, creating a report that looks exciting, designing a website with an intuitive hierarchy — and definitely for designing award show winner cards.

Continua a leggere il post di Benjamin Bannister.

passaggio evolutivo

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Ha ragione Lucio Bragagnolo, parlando di curriculum e di scuola e di informatica:

Non voglio chiedere quale scuola prepari i ragazzi a usare PostgreSQL o Firebase: sarebbe troppo semplice. Invece chiedo quale scuola prepari i ragazzi a muoversi in un contesto come quello appena citato, dove di Office frega niente a nessuno, le tecnologie finiscono tutte o quasi dentro un browser e il server è azionato da software libero.

Così come non sarà mai troppo presto per smettere di usare Word per qualsiasi puttanata: ma quello è un altro discorso ancora.

sostanza delle cose

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C'è una versione di Luci a San Siro che gira, fatta da Guccini trent'anni fa al Premio Tenco (o giù di lì, come data). Prima di cantarla dice una cosa come:

Non si dice mai che una canzone di un collega è bella o brutta, al massimo si dice «Ah come vorrei averla scritta io». Questa canzone mi fa dire «Maledizione, come vorrei averla scritta io».

Tutte le cose che scrive Marianna mi fanno sempre pensare «Maledizione, come vorrei averla scritta io». Qualsiasi cosa sia. Mi ritengo una persona molto fortunata per avere Marianna come amica, e ancora più fortunato perché condivido con lei l'avventura di inutile. (Non solo con lei: e credo sia d'accordo con me nel dire che noi siamo molto fortunati ad avere le altre ragazze che formano la redazione.)

E quando ho letto questo post mi è venuto in mente che, per cominciare, sono molto fortunato ad averla come amica e tutte le cose che ho detto prima. E poi che se mi chiedessero mai, un giorno, qual è la filosofia di inutile, io punterei a questo post e direi: «Leggi qui, ché Marianna l'ha detto meglio di chiunque altro nei dieci anni in cui facciamo questa rivista».

Non ci piace gridare, non ci piace metterci in mostra, non ci piace fare i capricci. Pensiamo di essere bravi a fare quello che facciamo, e che ci sia gente ancora più brava di noi, che merita di essere presa a modello ed essere letta. E anche se ci mettiamo il quadruplo, il quintuplo del tempo rispetto a quelli che sbraitano, per arrivare agli stessi risultati: chi se ne ciava, noi cerchiamo di fare il giusto, perché è il nostro dovere. È che siamo pieni di gratitudine per un sacco di cose, un mucchio di persone: non abbiamo proprio tempo per l'invidia.

(Grazie, Marianna, di cuore.)

niente guerra termonucleare globale, eh

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Il problema con alcuni dispositivi "intelligenti" è che sono sempre all'erta, pronti a recepire quello che dici per poter eseguire un eventuale ordine. Ordine che potresti anche non aver mai voluto dare. Per esempio: Amazon Echo, il dispositivo per la casa di Amazon, equipaggiato con Alexa, uno dei migliori assistenti vocali sul mercato, è sempre pronto ad ascoltare. Se sente «Alexa» in una frase scatta e fa quello che chiedi. Ma se non sei tu a pronunciare quella frase all'apparecchio non interessa: l'importante è che la frase abbia «Alexa, fai qualcosa». (Sì, rischia di diventare un incubo: c'è poi tutta una questione di privacy che non sto a sollevare.)

A San Diego un presentatore ha detto «I love the little girl, saying ‘Alexa ordered me a dollhouse’». Nelle case degli spettatori del programma, nelle case in cui c'era un Amazon Echo, Alexa ha recepito il comando e preparato l'ordine. (Non sono un esperto in materia, non so fino a che punto Alexa sia indipendente: è collegata al tuo account Amazon, alla tua carta di credito e può sicuramente preparare un ordine, non so se può anche confermarlo.)

Abituarsi a questo mondo non è facile, perché da un lato la comodità di parlare con gli oggetti della propria casa è per me indubbia, dall'altro c'è il rischio di intrusione: Alexa dovrebbe saper riconoscere la nostra voce, ma se fossimo raffreddati? Se un giorno suonassimo diversi? E se non fossimo noi a dare il comando: se fosse la mia compagna a parlare all'apparecchio? E se invece fosse un ladro? Amazon, Apple, Google: è compito loro risolvere questi problemi, e hanno delle belle responsabilità da qui in avanti.

E però Jason Snell lo dice perfettamente: se fai un lavoro come il presentatore (o, nel nostro caso, il podcaster) non puoi non pensare a queste possibilità. Rientra nelle cose cui devi stare attento, evitare che la casa dei tuoi ascoltatori non faccia scoppiare una guerra termonucleare globale. «Non importa se questa tecnologia è sviluppata male: quello che importa è che quello che dici può influenzare malamente la tecnologia del tuo pubblico, e stare attenti a non attivarla è dimostrare al tuo pubblico attenzione e rispetto. Ignorare queste cose perché (davvero) è colpa di Apple, Amazon, Google o Microsoft (o peggio ancora, dell'utente che ha configurato in quella maniera quel prodotto) è una mancanza di rispetto, scortese, arrogante.»

Update: I heard from a few people on Twitter who think that broadcasters shouldn’t modify the way they speak out of fear of activating badly voice technology. Those people have a deep misunderstanding of the responsibility any communicator has with his or her audience. It doesn’t matter if the tech is badly implemented—what matters is that something you say can mess up the technology of people in your audience, and to take care to not trigger that technology is to show your audience care and respect. To blithely ignore it because it’s really the fault of Apple or Amazon or Google or Microsoft (or worse, the fault of the user for having the tech configured that way) is disrespectful, rude, and arrogant.

non ci posso credere che l'han fatto per gioco

 •  Filed under dr. horrible sing-along blog, joss whedon

Oggi - dopo tanto tempo - ho rivisto il Dr. Horrible' Sing-along Blog, di cui ascolto spesso la colonna sonora ma non vedo con la stessa frequenza. È su YouTube da sempre, perché chi l'ha fatto ha voluto così. Chi l'ha fatto è Joss Whedon, quello di Buffy. Era il periodo dello sciopero degli sceneggiatori, non aveva niente da fare, ha chiamato un po' di amici e i suoi fratelli e parenti stretti, si son divertiti molto, ci ha messo un bel po' di soldi di tasca sua (per pagare i tecnici, per lo più) e quello che è venuto fuori è una delle cose più belle che girino per internet. L'ho riguardato oggi: assieme a Mad Max: Fury Road, è il film perfetto per natale.

E niente, questa è la canzone che mi piace più di tutte. Ma le altre viaggiano a dei livelli fantastici.

una gran bella corsa

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Walk Hard: La vera storia di Dewey Cox è un film che al mio fedele pard Aldo Fresia, che considero un critico cinematografico sopraffino, non piace. Invece a me fa ridere molto ogni volta che lo vedo, e trovo certi dettagli non solo divertenti ma anche toccanti (il rapporto coi genitori, per esempio, ma lì sono io che ho un punto debole grande come un grattacielo).

È un film su questo musicista immaginario, Dewey Cox, con il quale il film omaggia sessant'anni di musica pop e rock, da Bob Dylan a David Bowie, dai Beatles a Johnny Cash e molto altro ancora. È stato fatto un lavoro incredibile sulle musiche, perché sembrano prese davvero da ognuno dei periodi storici che il film attraversa. John C. Riley poi molto canta bene.

Nel finale, e scusami se non sei un tipo da spoiler, Dewey Cox canta col suo gruppo storico una ballatona in cui tira le somme della sua vita, che è una cosa molto adatta a un film. È una ballatona che ha senso se hai visto tutto il film, sennò ti scivola un po' addosso.

Però le cose comiche, quelle che su due piedi non penseresti siano chissà che profonde, sono i momenti migliori per tirarti una coltellata senza che te l'aspetti. (Non so se ricordi quella sensazione di nostalgia, di malinconia, che accompagnava tutto Tre uomini e una gamba.) E la canzone finale di Walk Hard è uno di quei momenti: si intitola A Beautiful Ride, e contiene delle piccole banalità, quelle cose che ogni tanto è il caso di ricordarsi.

'Cause when all is said and done When youth is spent and burned You'll see that it's all about
Music, flowers, babies
Sharing the good times
Traveling not just for business
Excepting your mortality
This is finally what I've learned
And then in the end
It's family and friends
Loving yourself
But not only yourself
It's about the good walk
And the hard walk
And the young girls you've made cry
It's about makin' a little music every day until you die

Sono di quelli cui fa bene sentirsele ripetere, queste cose, perché a volte mi passano in secondo piano.

una lezione

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Come molti, sono disgustato dal risultato elettorale statunitense. Non perché è stato eletto un idiota (non sarebbe la prima volta, né lì né tantomeno nel mondo); ma perché quell'idiota ha sdoganato pubblicamente un'etica ributtante e ora è il capo di una delle nazioni più importanti del mondo. E contrariamente a quello che pensano alcuni: è un problema che di rimbalzo tocca anche noi.

Ieri mattina leggevo le trascrizioni del discorso di Trump sul Post, e due frasi in particolare mi hanno colpito. La prima: «La nostra non è una campagna elettorale, ma un movimento di persone che vogliono un futuro migliore per sé e le proprie famiglie», dove quel per sé e le proprie famiglie mi sembra indicativo. Gente che pensa a sé stessa, e s'inculassero gli altri. Springsteen ha scritto We Take Care Of Our Own proprio pensando a questa gente - ed è incredibile come durante la presidenza Obama il significato di quella canzone sia cambiato per indicare inclusività.

La seconda: «Le persone dimenticate nel nostro paese, non saranno più dimenticate». Gente che si è sentita messa da parte dal sistema: anche se quel sistema ha esteso le coperture mediche a fasce di popolazione escluse da sempre: ma non erano loro stessi, erano gli altri.

Mentre sto cercando di capire che cosa si può fare per ricostruire, Faz ha scritto un pezzo notevole, che ti invito a leggere. Soprattutto se sei uno che si occupa di cultura in Italia, o in generale. Questo passaggio è la chiave di volta:

[È colpa anche nostra] che quando abbiamo la possibilità di fare discorsi inclusivi li imbellettiamo fino a renderli inaccessibili, elitari, autoreferenziali. Noi che parliamo di “loro”, come se fossero davvero diversi da noi, come se aver votato Trump (o a suo tempo Berlusconi) debba essere la stigmate di un'inferiorità antropologica irrecuperabile.
L'elettore medio americano si è visto trattare da subumano e ha votato un candidato effettivamente disumano, ma che a parole non lo considera feccia.

Queste le prime riflessioni, a caldo. Le bestemmie le ho già tirate.